Non avrai nulla e sarai felice

Oggi, in una notte del mondo in cui reale e virtuale, vero e falso, tendono a confondersi, esperienza e finzione, sogno e labirinto si intrecciano e plasmano un’umanità irriconoscibile.
Il nomade non è interessato alla proprietà, tanto meno alla stabilità; la sua identità mobile è fortissima benché “sui generis”. Egli reca con sé ogni cosa che gli appartiene fintanto che gli è utile: il gregge che lo sostenta, la tenda che lo protegge nel riposo. Ha pochi ricordi, nel senso che noi attribuiamo al termine. La sua meta è il viaggio. Così ci sta trasformando la postmodernità. Viviamo di emozioni, pulsioni, esperienze. La necessità più viva è essere sorpresi: per questo abbiamo bisogno di continue novità. Fintanto che il sistema riuscirà a provvederci di emozioni, saremo alla sua mercé, schiavi alla ricerca di lampi di felicità. Legati, inevitabilmente, alle “non cose”. Accoglieremo con soddisfazione una vita a nolo. Automobile in affitto, case abitate a giorni: il mondo di Uber e Airbnb. Accetteremo rapporti umani strumentali, sempre più veloci per la noia che incombe.
Essenziale resterà la relazione con gli apparati artificiali, specie lo smartphone, porta dell’infinito virtuale, l’unica proprietà che difenderemo gelosamente sino all’uscita del modello successivo, più rapido, più performante, soprattutto più simbolico. I simboli sono “non cose”. Ci leghiamo a d essi, non più agli oggetti della nostra vita. Libri, suppellettili, perfino abiti e gioielli, l’automobile, la casa e la terra, quelli che chiamiamo ricordi e hanno conferito senso e continuità alle nostre vite, sono legami, dunque pesi inattuali, orpelli di cui disfarsi sull’altare delle esperienze.
La libertà a cui aspira l’uomo-cifra è quella del consumo, immediato, costante, illimitato. L’economia dell’esperienza sostituisce l’economia delle cose. Perciò accettiamo e più ancora accetteremo una vita fatta di puntini, di scoppi di adrenalina, ossia di esperienze, desideri, stimoli sempre nuovi. Un moto perpetuo che finirà per estenuare. Jeremy Rifkin fu il primo a cogliere un salto cruciale: viviamo l’era dell’accesso, il concetto chiave della contemporaneità. Lorsignori ci obbligano alla connessione continua, all’ibridazione con gli apparati, a inseguire ogni mutamento, da abbandonare una volta “esperito”. Il cyberuomo non darà importanza al possesso e alla proprietà: il mondo fondato sull’accesso genera un’umanità del tutto diversa.
La lezione di Rifkin è stata recepita ai livelli più alti, che lavorano attivamente per espropriarci di tutto, a partire dalla nostra mente, per tenerci in pugno attraverso le “non cose”. Identità significa innanzitutto duratura relazione con persone, cose, luoghi; il possesso è per natura stabile, si fonda sulla persistenza. Nulla di più estraneo alla dromocrazia (dominio della velocità), al “tempo reale”. La nuova identità è fluida, mutevole, a partire dagli istinti sessuali e dalla percezione di sé. Fatica a immaginare qualsiasi cosa sia “per sempre”.
Ancor meno riconosce l’idea di trasmissione, il lascito che riceviamo e consegniamo alle generazioni successive. Tutti concetti legati alla stabilità, alla categoria di creatura stanziale che l’homo sapiens ha cucito su se stesso. L’uomo digitale non vuole storia e fa a meno della memoria. Vacilla l’idea di cultura, che è accumulo, deposito nel tempo e nello spazio di conoscenze e costumi che oltrepassano gli individui. La cultura trae origine nella comunità. Mercificata, commercializzata, munita del cartellino del prezzo, perde valore e distrugge la comunità, sostituita dalla community.
Tutto ciò inquieta, come la scarsa percezione delle modifiche antropologiche in atto, in attesa del salto ontologico, il passaggio al transumano. La finestra di Overton si spalanca nella direzione dell’uomo – il faustiano Homunculus forgiato dalle officine globaliste – che non ha nulla, dopo aver accettato con apparente indifferenza di non essere nulla. Sarà felice per un po’, di una soddisfazione animale e provvisoria, bisognosa di continue scosse. Poi scoppierà e rivorrà la scintilla divina che si è lasciato estirpare collaborando all’esproprio.
Tornare umani, tornare al reale, rigettare il virtuale, l’illusione fabbricata, la vita a noleggio, il nomadismo interiore e materiale, passerà, temiamo, per esperienze terribili. L’uomo ritroverà la sete di infinito, riprenderà a guardare in alto, a voler essere e voler avere. Ulisse tornerà a Itaca, ma troverà qualcuno ad aspettarlo?

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Prandstraller

Ci si può domandare, a questo punto, come sia potuto accadere che, dopo le aperture in senso liberale realizzate nel decennio ’60, dopo l’incremento della partecipazione politica e la messa in discussione dell’autoritarismo tecnocratico e militare attuata in quel periodo, l’Occidente sia ora di fronte a un tale cambiamento.
Una congrua risposta a questa domanda implicherebbe che fossero presi in considerazione i numerosi fattori, interni ed esterni, che hanno interferito sul cammino dell’Occidente nel recente periodo, togliendogli la baldanza libertaria da cui sembrava animato. Ma se ci si vuole limitare ad una eziologia riferibile alla stessa natura della fase politico-culturale che ha preceduto la svolta invclutiva, si deve osservare che i movimenti degli anni ’60 non hanno avuto né la chiarezza ideologica né la forza d’urto necessarie per intaccare le istituzioni portanti, quelle cioè che fondano l’assetto generale di una società. Benché essi abbiano compiuto un apprezzabile lavoro di destrutturazione, non sono stati in grado di estenderlo al di là di alcune istituzioni sostanzialmente marginali rispetto al nucleo centrale del potere. Hanno intaccato – a vantaggio dell’autodeterminazione individuale – la famiglia, la scuola, l’università, togliendo a queste entità parte dell’impronta repressiva che precedentemente avevano; hanno liberalizzato l’amore, legittimato il privato, garantito nuovi spazi alla circolazione delle idee; valorizzato la marginalità rispetto alla centralità, e messo in evidenza la negatività del potere sul piano etico. Ma questo insieme di risultati non è valso a modificare la struttura dell’impresa e l’assetto politico, i due assi portanti con cui ogni sviluppo civile deve fare i conti. Questi assi sono passati indenni nella bufera degli anni ’60 ed ora si può constatare che hanno rinforzato il proprio impianto autoritario con gravi conseguenze generali.
Minacciate ma non colpite direttamente, tali istituzioni sono riuscite ad attuare le loro vendette negli anni ’70. Certe forme che esse avevano assunto in Occidente ben prima della contestazione realizzavano implicite negazioni del plu-ralismo e ne riducevano grandemente l’attuabilità. La tecnocrazia, i monopoli e il sistema sempre più rigidamente strut-turato dei partiti erano di per sé rilevanti smentite dei principi di questo e ostacoli gravissimi alla sua estrinsecazione concreta. Quelle istituzioni in realtà configuravano un modello antidemocratico nel bel mezzo della democrazia e nella sostanza sabotavano quest’ultima. La piega corporativa assunta in seguito su larga scala dalla società occidentale appare perfettamente in linea con tale sabotaggio occulto ma micidiale. Forza contro forza, compagine di potere contro compagine di potere, la società è andata sempre più accentuando – attraverso un’organizzazione puntigliosa dei suoi corpi interni – caratteri che nulla avevano di democratico, già evidenti peraltro nelle concentrazioni apparse prima che il fenomeno corporativo assumesse un’estensione generale.
Il fallimento degli scopi principali della contestazione -nonostante il successo ottenuto in campi secondari – è comprensibile se si considera, oltre alla debolezza delle forze sociali su cui essa si fondava, il tipo di elaborazione teorica che la sorreggeva. Il primo elemento è troppo evidente per aver bisogno di molti commenti: le forze implicate nei « movimenti » non solo erano numericamente esigue rispetto alla massa della popolazione, ma operavano in settori obiettivamente periferici, o resi tali dalla natura stessa della società industriale avanzata. Gli studenti, le donne e alcune altre componenti attive dei movimenti, in genere non agivano a contatto diretto con i grandi processi produttivi e politici né, tanto meno, nei corrispondenti apparati. La loro protesta, di conseguenza, non poteva avere una specifica incidenza su tali processi. Anche quando – come in Francia – i movimenti giunsero a minacciare l’assetto politico, tale minaccia fu effimera e troppo debole per arrivare ai nuclei sostanziali del potere. Essa comunque non potè coinvolgere la « struttura » vera e propria.
Per quanto riguarda il secondo elemento, ora che si possono vedere le cose con sufficiente distacco, non è difficile constatare che la pars destruens della critica teorica è stata di gran lunga più elaborata della pars construens. Nessun progetto di mutamento applicabile alle istituzioni portanti fu invero delineato dal pensiero critico. I teorici indugiarono al livello dei grandi presupposti, mettendo in luce il carattere alienante e repressivo della società vigente: ma al di là della denuncia di tale repressività (presentata da Marcuse come un fatto pressoché irrimediabile) essi non seppero spingersi. La formazione più filosofica che sociologica, economica e politologica dei più importanti intrepreti del pensiero critico, e inoltre la scarsa volontà di abbandonare una certa metodologia deduttiva che pretendeva di ricavare tutto da alcuni assiomi, hanno favorito l’inclinazione alla denuncia senza alternative pratiche e senza operatività concreta.
A ciò si aggiunga che – mettendo in risalto le potenzialità repressive della cultura occidentale – il pensiero critico ha trascurato di sottolineare e di valorizzare quelle libertarie. L’atteggiamento di Adorno e Horkheimer nei riguardi del-l’illuminismo è in proposito tipico. La oggettiva svalutazione di uno dei più grandi momenti culturali dell’Occidente da essi decretata in Dialektik der Aufklarung (1947) – benché presentata come tentativo di salvarne il vero spirito – ha costituito, per molti versi, un atto suicida, una professione di sfiducia nella ragione occidentale non accompagnata da alcuna alternativa concreta. Non si può non convenire a questo proposito con Jacques Ellul, quando sottolinea che « coloro che sono stati i portatori o i ricercatori dei valori di una civiltà, coloro che vogliono il rinnovamento di una cultura, hanno troppo facilmente respinto, disprezzato il retaggio positivo del mondo occidentale. I nostri intellettuali, travolti da una sorta di delirio di autodistruzione, hanno perduto il senso dell’avventura occidentale, e degli atleti bardati di tutto punto: hanno creduto di potersene impadronire, mentre non facevano che assestargli il colpo di grazia »

GIAN PAOLO PRANDSTRALLER
Nato a Castello di Godego (TV) il 26/03/1926, libero docente in Sociologia Generale nel 1969, Professore incaricato di Sociologia presso l’Università di Padova dal 1969 al 1975, Professore straordinario di Sociologia nell’Università di Lecce nel 1976, Professore Ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna nel 1977.

Burattini senza fili

Per comprendere le ragioni della salienza di questa sfera bisogna comprendere cos’è successo di catastrofico nella cultura contemporanea. Le nuove generazioni non riconoscono alcuna realtà al mondo sociale, culturale, storico, religioso. Tutte queste sfere che hanno rappresentato il centro di gravità delle lotte dei secoli e millenni passati sono scomparse in una dimensione di irrealtà, che non ha più nessun aggancio effettivo con le loro vite.
Questa trasformazione ha naturalmente motivazioni profonde e di lungo periodo, su cui non possiamo soffermarci, dipendenti dall’imporsi progressivo di un’ontologia “naturalista” e di un’etica “relativista” nel percorso di egemonizzazione della ragione liberale.
Sommersi mediaticamente da una tempesta di frammenti “culturali” privi di alcuna connessione e di alcuna rilevanza operativa che gli piovono addosso da ogni parte, essi hanno recepito come lezione fondamentale che storia, cultura, società, politica, ecc. sono dimensioni sfuggenti, inintelligibili e arbitrarie, dimensioni irreali in cui magari si muovono ancora alcuni adulti – sempre meno – ma che non rappresenta qualcosa che è possibile prendere sul serio.
Le loro esistenze sono state integralmente destoricizzate e desocializzate. Il mondo del passato è la noia irrilevante dei libri di storia, e siccome ogni presente è destinato a diventare il passato di domani, anche ogni loro azione presente non si muove più nel senso di “orientare la storia”, perché la storia non esiste.
“Realtà” in modo preminente, legittimata dalla nostra intera ontologia, è solo la “natura”, che si profila come concreta e presente, “vera”.
Sarebbe erroneo però immaginare che ci sia una qualche definita immagine o un’articolata conoscenza di ciò che sarebbe, o dovrebbe essere, “natura”. E qui fa capolino l’aspetto davvero tragico di questa metamorfosi delle coscienza. Da un lato, solo ciò che appartiene alla sfera “naturale” è propriamente “reale” e dunque solo questa sfera può ancora accendere qualche animo o qualche passione. Tuttavia, com’è ovvio che sia, “natura” è in effetti sempre solo l’accesso a determinate idee, storicamente sviluppatesi, di “natura”. Ma essendo scomparsa dall’orizzonte ogni coscienza storico-culturale, lo schermo attraverso cui vedono la “natura” non è percepito come tale: la “realtà” residua, la “natura” per cui vale ancora la pena combattere è di volta in volta un’immaginicola correntemente di moda, senza che di ciò si abbia alcuna contezza. Il sistema culturale della “produzione di contenuti di moda”, agente fuori scena, fornisce uno spicchio di mondo che viene percepito come realtà naturale, massimamente concreta, qualcosa che “rifugge le complessità e fumisterie della storia e della cultura”.
Così, ci troviamo di fronte a soggetti che pensano di “star dicendo la loro” perché lottano per l’autointerpretazione e autodeterminazione dei propri genitali, o perché imbrattano tele contro il riscaldamento climatico, o perché rivendicano i diritti di Bambi.
Naturalmente ciascuna di questa tematiche potrebbe avere modi critici e intelligenti di essere trattata, ma il punto cruciale sta proprio qui: qualunque trattazione critica dovrebbe valutare questi temi in rapporto al sistema di relazioni storiche, sociali, economiche, culturali, ecc. in cui si colloca. Ma proprio questo è ciò che è impossibile, precluso, perché significherebbe entrare in quella dimensione di complessità di cui non solo ignorano l’esistenza, ma misconoscono proprio la rilevanza.
Così, quelle residue energie di giovanile contestazione, in attesa di essere definitivamente spente negli ingranaggi lavorativi, si sfogano su bersagli mobili forniti e alimentati da un apparato mediatico-informativo di cui neppure sospettano l’esistenza. Burattini di altri burattini. Burattini senza fili sì, ma solo perché oggi funziona meglio un telecomando.

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Lo stato di eccezione

Gli stati moderni sono governati de facto da oligarchie finanziarie e dopo la breve stagione democratica del secondo dopoguerra ora stanno implementando forme di controllo di radicalità un tempo impensabili. 

Sul piano tecnologico e repressivo gli stati contemporanei sono oggi in grado di esercitare livelli di controllo storicamente inediti. 

L’unico limite all’esercizio di questo controllo, potenzialmente illimitato, è rappresentato dal guscio residuo dello “stato di diritto democratico”, che richiede qualche scusa pubblicamente spendibile per poter essere esercitato. 

La forma di questa scusa è il “richiamo alle armi” di fronte al “pericolo comune”. 

Sia la “guerra” che la “pandemia” sono istanziazioni classiche di tale “pericolo comune” illimitato, che richiede decisioni centrali inflessibili e indiscutibili “per il bene comune”, che ha legittimità a silenziare ogni richiesta e protesta, che ha il diritto di spezzare ogni volontà insufficientemente “responsabile”. Durante la pandemia abbiamo di fatto vissuto un assaggio di “legge marziale” ufficiosa. E credere che l’attuale guerra – in fase di progressiva escalation – sia vissuta come un problema da parte delle oligarchie economiche al potere è un patetico errore. Chiedersi di fronte alle marionette che ci governano “com’è possibile che non si rendano conto che ci portano sempre più in basso” presuppone ingenuamente che non ci vogliano in basso.

L’oggetto primo della pulsione capitalista è sì il denaro, ma in quanto potere, non in quanto “mezzo per il consumo”. Sono i morti di fame a pensare al denaro soprattutto come un mezzo per soddisfare desideri, per ottenere beni. Per i vertici del sistema il denaro è sempre disponibile in vasta eccedenza rispetto a qualunque consumo concepibile, mentre il suo ruolo effettivo consiste nell’assicurare gradi di influenza e potere. 

Tirando le somme, il quadro prevalente (almeno) in Occidente è il seguente: oligarchie finanziarie – abitate al loro stesso interno da gruppi leader – tirano le fila della politica in vista di una forma di controllo e indirizzo centrale inedito nella storia precedente. Essi hanno l’interesse dominante a fomentare una condizione di “pericolo comune permanente”, che tolga di mezzo ogni opposizione, innanzitutto mentale. 

Qui la lezione di Orwell resta più lucida e attuale che mai: una condizione di guerra permanente è un desideratum fondamentale per le èlite mondiali. Si tratta di una condizione da cui possono trarre solo vantaggi in termini di potere e controllo, e come ricorda Orwell, il potere non ha bisogno di ulteriori motivazioni. Che ci sia o non ci sia un qualche ulteriore “piano complessivo” (“depopolamento”, “transumanesimo”, ecc.), questo è contendibile e inessenziale: probabilmente per alcuni c’è, per altri no. Su ciò ci possono essere divergenze. Ma sull’interesse nel mantenere un controllo assoluto, che metta al riparo questa nuova casta da ogni pericolo “eversivo”, da ogni minaccia alle proprie posizioni consolidate, su ciò la convergenza è assicurata. 

Ciò che il presente e il futuro ci riservano è una spinta continua, un rinfocolamento costante di una condizione di “guerra permanente”: guerra per procura o guerra sotto casa, guerra metaforica a qualche virus o guerra preventiva a qualche cataclisma incipiente. 

Questa è la forma del meccanismo storico in cui siamo entrati. 

E non illudiamoci: saperlo di per sé non ci rende meno succubi, deboli, impreparati o impotenti.

Andrea Zhok

Sulla questione del merito

Sulla questione del merito, tornata in voga in questi giorni, destra e sinistra fondano le rispettive posizioni sull’individuo e non, come invece va fatto, sulla comunità. L’obiettivo non dovrebbe infatti essere quello di elevare il singolo, ma quello di elevare la comunità, realizzando un sistema educativo e sociale capace di mettere i cittadini nelle condizioni migliori per creare valore aggiunto alla comunità, elevando la Patria.
Da un lato, c’è la destra, orientata giustamente alla valorizzazione di chi si contraddistingua per la capacità di mettere a frutto i propri talenti, con impegno e dedizione. Ma questa destra vorrebbe farlo senza rimuovere o limitare gli ostacoli economico-culturali che impediscono a chi nasca e cresca in condizioni oggettivamente inidonee alla sue propensioni innate – rispetto alle quali, come ci ha insegnato Platone, non c’è una necessaria corrispondenza tra genitori e figli – di esprimere le proprie potenzialità.
Dall’altro, c’è la sinistra, orientata giustamente a rimuovere le disuguaglianze a monte, le condizioni di iniquità oggettive che, a seconda della estrazione socio-economico-culturale, quindi anche territoriale, in una parola di ambiente, penalizzano o premiano il singolo in maniera aprioristica, quindi ingiusta. Ma questa sinistra vorrebbe farlo eliminando la gerarchia di qualunque ordine e grado, cioè livellando verso il basso la comunità, soffocando i talenti, quali che siano a seconda degli ambiti, secondo la logica – altrettanto iniqua – del sei politico.
A ciò una postilla: leggo, da una parte e dall’altra, che la madre delle questioni sarebbe l’elevazione culturale del singolo, la quale passerebbe attraverso un’istruzione necessariamente teoretico-intellettuale. Ma perché mai si dovrebbe, ad esempio, soffocare il talento di chi abbia una propensione per la manualità e scarsa attitudine all’astrazione, costringendolo a sgobbare sui libri?
L’obiettivo di una società equa e con una corretta gerarchia sociale, non è quello di realizzare una società di intellettuali, per usare un’iperbole, ma quello di mettere ciascuno nelle condizioni migliori – e non mi parlate delle borse di studio, l’equivalente di un cerotto per arrestare l’emorragia di un’arteria – per esprimere le proprie potenzialità a beneficio di sé e, soprattutto, della comunità.

Davide d’Iintino inhttps://www.ariannaeditrice.it/articoli/sulla-questione-del-merito

Civilizzatori

Per quello che riguarda la politica degli Stati gli anglosassoni da sempre questi rivendicano un ruolo di leader del mondo e di “civilizzatori” a cui spetta di guidare gli altri paesi verso un modello che è essenzialmente il loro ed imporre quindi le loro regole. Un modello incompatibile con altre forme di civiltà e di cultura per quanto siano millenarie.
Nel contesto geopolitico attuale, l’affermazione di Blinken è collegata al conflitto russo-ucraino e alla crisi dei rapporti tra Cina e Taiwan, così dicono, che a loro spetta dirimere i conflitti anche se sono stati loro stessi ad istigarli ed a loro compete di imporre la “Pax americana” sulla base degli interessi strategici di Washigton.
Tuttavia, si potrebbe ricordare che la Cina come civiltà, possiede una propria ontologia, che ha più di mille anni e si basa su una visione opposta che è quella della tradizione confuciana. Dall’altra parte dell’Eurasia, in modo simile la Russia, con la sua visione spirituale ordodossa del mondo, fatta propria da presidente Putin e dal suo enturage, si dimostra del tutto incompatibile con la ideologia massonica e la mentalità primatista anglosassone. Non per nulla la contrapposizione fra Occidente e Russia non è soltanto di carattere geopolitico ma anche di carattere ideologico e morale.
In netto contrasto con la visione anglosassone, Putin, nei suoi discorsi, ha esaltato la tradizione spirituale della Santa Madre Russia toccando concetti di ordine morale e storico, menzionando l’attitudine neocolonialista dell’Occidente e sua pretesa (tipicamete anglosassone) di voler imporre il suo modello e dettare le regole al resto del mondo, senza averne diritto.
Attualmente esiste una lotta fra queste visioni ontologiche. La stessa ontologia anglosassone è superata e non corrisponde al momento strategico attuale. Tuttvia sfruttando il vantaggio competitivo nel controllo dei canali di informazione, gli Stati Uniti e l’Occidente che si è unito a loro stanno cercando di capovolgere il buon senso. È in questo modo che riescono a prolungare per qualche tempo l’agonia dell’ideologia primatista anglosassone, spacciata per “democrazia” quando in realtà si riferisce all’egemonia elitario-liberale degli Stati Uniti.
Quello che emerge dagli avvenimenti attuali è il chiaro rifiuto a questa visione che viene opposto dalla gran parte dei paesi del mondo. La “tutela” degli USA non è più gradita nè accettata nei grandi paesi emergenti che cercano un poprio percorso di sviluppo e di stabilità.
Presto gli statunitensi e i loro vassalli dovranno farsene una ragione.

Dottrine politiche

Fonte: Massimo Fini

Alcuni lettori e anche qualche mio fan, per così dire, personale mi chiedono come mai nel mezzo di una battaglia elettorale e di elezioni che si pretendono decisive per la democrazia e il suo stesso futuro io mi occupi invece di Afghanistan. Potrei rispondere, per dirla con Battiato, che “mi butta giù” dovermi occupare di personaggi come Carlo Calenda, Matteo Renzi, Matteo Salvini e persino di Silvio Berlusconi, un “delinquente naturale” come l’ha definito la nostra Magistratura condannandolo per una colossale evasione fiscale, una carriera malavitosa cui va aggiunta una ripugnante truffa ai danni di un’orfana minorenne di entrambi i genitori e altre imprese di questo tipo da cui s’è salvato godendo di nove prescrizioni. E che continua ad essere ancora oggi, a 85 anni, un perno della politica italiana.  Un fenomeno che non avrebbe diritto di cittadinanza in nessun altro Paese europeo. Ma sarebbe ingiusto perché in questa mischia furibonda sono coinvolte anche delle persone perbene e con tutti i titoli per governare il nostro Paese.
Il motivo è un altro: non credo alla democrazia rappresentativa (Sudditi. Manifesto contro la Democrazia). Credo solo alla democrazia diretta, quella immaginata del ginevrino Rousseau.
La democrazia esisteva quando non sapeva di essere democrazia. Nell’ancien régime l’assemblea del villaggio, formata da tutti i capifamiglia, in genere uomini ma anche donne se il marito era morto, decideva su tutto ciò che riguardava il villaggio. Scrive Albert  Soboul, uno dei maggiori storici degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione Francese: “l’assemblea votava le spese e procedeva alle nomine; decideva della vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione della chiesa, del presbiterio, delle strade e dei ponti. Riscuoteva ‘au pied de la taille’ (cioè proporzionalmente) i canoni che alimentavano il bilancio comunale; poteva contrarre debiti ed iniziare processi; nominava, oltre i sindaci, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani di messi, gli assessori e i riscossori di taglia”(La società francese nella seconda metà del Settecento). Un’altra importante attribuzione l’assemblea l’aveva in materia di tasse reali, era infatti l’assemblea che ne fissava la ripartizione all’interno della comunità e la riscossione. Rigorose  e puntigliose erano anche le forme di partecipazione.  L’assemblea era convocata, almeno alla vigilia del giorno stabilito, dal sergente di giustizia o dal guardiano delle messi. Andava di porta in porta, di uscio in uscio. L’assemblea era anche annunciata alla predica della messa parrocchiale. In tutti i casi il tamburo e la campana chiamavano gli abitanti all’assemblea, che un sergente bandiva ancora, ad alta voce, all’uscita della messa o dei vespri. Sotto la presidenza del giudice locale, del sindaco o di un esperto che esponeva la questione all’ordine del giorno, l’assemblea deliberava, poi votava ad alta voce. L’assiduità era un dovere.
Certamente, se siamo in Francia, gli abitanti del villaggio non partecipavano alle decisioni che si prendevano a Versailles, ma le decisioni che si prendevamo a Versailles ci mettevano anni prima di arrivare al villaggio e nel frattempo i contadini decidevano per conto loro, per cui si può dire che l’assemblea del villaggio godeva di un’ampissima, e quasi totale, autonomia.
 Questo sistema, che era in uso non solo in Francia ma in buona parte dell’ Europa, e che aveva sempre funzionato benissimo, si incrinerà sotto la spinta degli interessi e anche della smania regolatrice della borghesia (smania che ci affligge ancor più oggi dove lo Stato è presente in quasi tutte le nostre attività).  Due anni prima della Rivoluzione francese un decreto Reale stabilisce che non è più l’assemblea del villaggio a decidere autonomamente ma elegge da 6 a 9 membri che prendono provvedimenti in suo nome. Era nata la tragedia della democrazia rappresentativa.

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Adesso basta!

Fonte: Matteo Brandi

Basta, davvero, basta. Vi si possono dare tutte le attenuanti possibili, dalla propaganda martellante allo stato comatoso della scuola, ma adesso con le vostre reazioni isteriche vi meritereste un sonoro ceffone.
Siete la generazione più sfruttata e umiliata della Storia della Repubblica italiana. Avete un decimo delle possibilità dei vostri padri e devi vostri nonni di trovare un lavoro, comprare casa e vivere una vita dignitosa. Passate da uno stage all’altro, saltellando da un contratto a tempo determinato all’ennesimo lavoretto sottopagato. Dovreste schiumare di rabbia, dovreste essere pervasi da una voglia di riscatto enorme, e invece che fate? Strillate al fascismo perché Giorgia Meloni ha vinto le elezioni?
Vi rendete conto di come siano riusciti a farvi volgere lo sguardo verso una montagna di fesserie? State perdendo tempo ed energie, ogni giorno. Tempo ed energie che non torneranno più. Dovreste stare in piazza a reclamare salari dignitosi, politiche per il sociale, interventi sulla sanità e sul sistema scolastico. E invece pensate che la rivoluzione passi per un asterisco o uno schwa, ripetendo a pappagallo gli slogan imparati seguendo qualche prezzolato influencer su Tik Tok.
Bambini, è tempo di crescere. Basta seguire Fedez e la Ferragni! Basta informarvi su Breaking Italy e Cartoni Morti! Basta guardare il mondo da dietro le lenti colorate di Netflix e Amazon!
Piantatela di partecipare alla gara a chi si sente più offeso e discriminato, finitela con i piagnistei del politicamente corretto! Cosa c’è di giovane nell’accettare la censura? Volete davvero sapere cosa non ha “genere”? La disoccupazione non ha genere, la povertà non ha genere, il precariato non ha genere.
Invece di chiacchierare, letteralmente, del sesso degli angeli, dovreste preoccuparvi degli argomenti cruciali. Se c’è una deriva autoritaria in Italia è quella che avete sopportato fino ad adesso. Ed è una deriva a cui la Meloni aggiungerà l’ennesimo tassello, come i suoi predecessori. Chi ha ficcato il pareggio di bilancio in Costituzione trasformando lo Stato in una azienda? Chi ha approvato il Jobs Act e la legge Fornero? Chi ha piegato l’intero paese a vincoli di spesa nemici del benessere sociale? Dove siete stati in questi anni?
Siamo ad un passo da una guerra mondiale, l’Italia sta vivendo anni di stagnazione economica, un intero paradigma è sul punto di saltare in aria. E voi dovreste essere lì, sulla breccia, e non con la bandiera arcobaleno in mano, bensì con quella italiana. A rivendicare il vostro ruolo in questo momento storico, come protagonisti, non come spettatori e replicanti!
Invece molti di voi danno per scontato che dovranno andare all’estero per costruirsi un futuro, magari dopo essersi bevuti la storiella di quanto sia bello non avere radici ed essere insipidi cittadini del mondo. Vi vogliono deboli, vi vogliono arrendevoli e voi li accontantate. Perché?
Non sono le generazioni precedenti ad aver vissuto al di sopra delle loro possibilità, è la vostra a vivere al di sotto delle proprie. Questo è il grande crimine a cui state contribuendo con il vostro spaventoso convenzionalismo. Siete vittime e collaborazionisti in egual misura.
Avete due possibilità: o vi svegliate o verrete svegliati. Nel primo caso sarete in grado di cambiare il corso degli eventi, riscattando un’intera generazione. Nel secondo, statene certi, il risveglio che vi aspetta sarà parecchio doloroso.

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Bocciati

Bocciati

Redazione

17 settembre 2022

Test di Medicina: boom di bocciati

Un plotone di bocciati. La metà degli studenti, che hanno affrontato il test di Medicina, non ha raccolto nemmeno il punteggio minimo, pari a 20. Il ministero dell’Università ha pubblicato i punteggi delle prove: alla fine, gli idonei sono stati 28.793 rispetto ai 38.715 dell’anno scorso. Gli iscritti, stavolta, erano 65.378 (hanno partecipato 56.775) contro i 63.972 del 2021 (all’epoca parteciparono 55.117).

Tirando le somme, il risultato non è incoraggiante: la metà dei partecipanti non ha superato le prove. E ciò è avvenuto in un quadro dove il punteggio minimo per entrare era inferiore rispetto a quello richiesto lo scorso anno. Stavolta, il test di accesso a Medicina – quasi 15mila i posti – portava in dote una modifica sostanziale. Nei quesiti (60) è stato dato maggiore spazio alle materie disciplinari, meno invece alla cultura generale e alla logica.

Pertanto, cento minuti per 23 quesiti di biologia, 15 di chimica, 13 di fisica e matematica, quattro di competenza di lettura e conoscenze assimilate negli studi, cinque di logica e problemi. Il prossimo anno l’ammissione ai corsi sarà diversa: la riforma del ministro Maria Cristina Messa vedrà un percorso che partirà al quarto anno della scuola superiore, grazie a corsi di orientamento e prove d’esame che potranno essere ripetute.

http://www.opinione.it/societa/2022/09/17/redazione_test-medicina-bocciati-ministero-universit%C3%A0/

Il sole dell’avvenire

Tutto ciò che sento essere il bene è il bene, e tutto ciò che sento essere il male è il male.” L’esaltazione di una falsa coscienza ipersoggettiva – legge di se stessa – ha la conseguenza di invertire l’ordine naturale, se così piace all’homo deus, orientato h.24 dalla comunicazione e dalla psicologia sociale. Non era davvero questo il sole dell’avvenire. Le masse popolari avevano creduto al socialismo in nome dell’uguaglianza (e dell’invidia sociale) ma nella cornice di una dimensione collettiva e comunitaria. L’ internazionalismo – lo rivela la parola stessa – non proponeva la fine delle identità e delle appartenenze, come il globalismo liberalcapitalista, ma la volontà di farle convivere senza la smania di possesso e di potere, ovvero, in definitiva, degli “spiriti animali” del capitalismo (Schumpeter).  Il sole dell’avvenire non conosceva l’anomia – ossia, per Emile Durkheim – il drammatico salto tra aspettative e realtà, come nel continuo mutamento delle società moderne.
L’epoca in cui è derisa l’esperienza di ieri – residuo dell’oscurità – e unico Dio è il progresso unito alla volontà soggettiva (eterodiretta), ha capovolto ogni valore e credenza consolidata per erigere un edificio in perenne costruzione privo di fondamenta. Di revoca in revoca, di inversione in inversione, tutto ciò che è stato sempre vero e ovvio diventa il male da abbattere spietatamente. Il sole dell’avvenire ha bruciato i suoi banditori sino a trasformarsi in luce che abbaglia e acceca.
Ex Occidente lex, ma legge è quello che noi decidiamo sia tale. Se questo tempo afferma che la neve è nera e il sole sorge ad occidente, così sia. La natura non cambia le sue regole, come immutabile è la biologia. Il sole dell’avvenire diventa il buio dell’arroganza dell’uomo d’occidente, che dà credito a menzogne mascherate da straordinarie scoperte sfuggite agli uomini di tutti i tempi e di tutte le civiltà.
Scriveva il poeta Juan Ramòn Jiménez. “E’ verità, adesso. / Ma è stata talmente menzogna, / che continua ad essere impossibile, sempre.”  Il sole d’Occidente è il tramonto di una civiltà con un grande avvenire dietro le spalle.

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