Società tossica

Il Governo ha condotto una strategia che bisogna riconoscere di grande intelligenza – malefica, ma pur sempre astuta – per ridurre al massimo le difese cognitive e scatenare al massimo le risonanze emotive. Un vero e proprio lavaggio del cervello i cui risultati sono tuttora riscontrabili nella diffusione dei portatori di mascherine e nella generalizzata assenza di dubbi e di sospetti. C’è chi ha parlato – giustamente – di “lockdown cognitivo”, definendo quel fenomeno di annebbiamento, di allagamento della parte razionale, che comprende il senso critico, l’esame di realtà e la capacità di giudizio. E tutto è avvenuto con una tecnica di pressante e pervasiva induzione della paura. A questo punto, è stata posta in essere una seconda tattica, che alcuni decenni era individuata nella perversa formula “avanti al centro contro gli opposti estremisti”, e che in termini pratici significava dividere il popolo tra due fazioni antagoniste, mentre il potere perseguiva i propri scopi indisturbato. Nel caso della pandemia, c’è stata una separazione conflittuale tra i cittadini di serie A, buoni, responsabili, rispettosi del sistema e sottomessi alle sue intimazioni, e quelli di serie B, cattivi, irresponsabili, indisciplinati e resistenti alle prevaricazioni insensate. La terza fase – in una riduzione più comprensiva del complesso problema – è stata caratterizzata dalla procedura punitiva: dalle multe, alla censura mediatica, all’impedimento lavorativo, alla sospensione da parte degli Ordini professionali. Un’escalation persecutoria che non ha precedenti nella storia del Paese.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/pandemia-e-segregazione

Le nostre guerre

Facciamo un paragone con gli infamati “secoli bui”. I contadini e gli artigiani del Medioevo non avevano padroni sul capo, avevano la loro vita nelle proprie mani, nel tranquillo ruminare delle stagioni (le corvées che tanto scandalizzano i moderni erano roba ridicola come nota ancora Adam Smith). Non esisteva, per quanto a noi possa sembrare sorprendente, la disoccupazione. “Che cosa sarebbe successo in un’economia tradizionale, preindustriale, se su un campo su cui vivevano dieci persone si fossero accorti che otto erano sufficienti a coltivarlo tutto e al meglio, mentre il lavoro dei due, i ‘marginali’, era superfluo? Li avrebbero cacciati a pedate nel sedere dicendogli di andarsi a cercare impieghi più produttivi? Nient’affatto. Si sarebbero divisi il lavoro in dieci, approfittando del tempo così guadagnato, che non è ancora il nostro sinistro ‘tempo libero’, eterodiretto, per andare all’osteria, a giocare ai birilli, a corteggiare la futura sposa” (Cyrano se vi pare…). Noi abbiamo invece usato la tecnica per sbattere fuori dal mondo del lavoro quelli in sovrappiù, per andarsi a cercare impieghi ancora più subordinati, umilianti e feroci.
Nevrosi e depressione nascono con la rivoluzione industriale colpendo prima la borghesia (Freud) e in seguito l’intera comunità. Noi tutti oggi basculiamo fra nevrosi e depressione. Il fenomeno della droga, sconosciuto nel mondo premoderno, è sotto gli occhi di tutti. E fermiamoci qui, per pietas.
In un recente articolo sul Fatto (27/4) il sociologo De Masi ha richiamato Martin Heidegger che negli anni Trenta ha posto il problema cruciale dell’ambiguità della Tecnica che però va accoppiato, nel mio pensiero, all’Economia e alla Pubblicità il vero motore dell’intero sistema (basta collegare i servizi drammatici che ci vengono dall’Ucraina con gli spot televisivi che immediatamente li seguono per capire ciò che dico).
Ricorda De Masi sunteggiando Heidegger: “L’Occidente ha convogliato nello sviluppo tecnologico tutta la volontà di potenza dell’uomo, trasformandola in fine a se stessa. Così facendo ha trasformato il mondo in apparato tecnico e noi tutti in impiegati di questo apparato”. È ciò che da tempo, salendo sulle spalle robuste di Heidegger, sostengo anch’io. Sul tema si è esercitata anche una delle menti italiane più lucide, Umberto Galimberti (Psiche e tchne). Anche Galimberti è estremamente critico nei confronti della Tecnica, ma sostiene che la Tecnica è un fatto cui non ci si può opporre. Io sto sul versante opposto. Come lo scudiero de Il settimo sigillo di Bergman mi ribello.

Massimo Fini in https://www.ariannaeditrice.it/articoli/le-nostre-guerre-del-capitale

Drogati dal green pass

È successo con il Covid, sta succedendo con il conflitto che nessuno vuol far terminare, in modo da obbedire alle leggi del mercato e dello spettacolo. E così si conferma che è preferibile uniformarsi, per tutelarsi e per dichiarare la conformità con il format imposto per far parte della cittadinanza: se ci si comporta “civilmente” si potrà accedere a un riconoscimento, se si obbedisce a ordini ancorchè contradditori o autolesionisti si pretende una medaglia, magari sotto forma di Green Pass, di bolletta edulcorata a fronte del sacrificio per la patria degli altri, perché ormai dovere secondo i canoni imperiali è soverchiante rispetto al senso di responsabilità e di rispetto per sé e gli altri.