Depressione

Per fortuna c’erano, e ci sono ancora in giro per l’Italia, sempre più riconosciuti da pazienti grati, anche migliaia di medici (molti dei quali anche intervenuti più volte su questo giornale), che non si formano solo sui bollettini o viaggi premio dei Big Pharma, ma leggono, studiano, verificano, si confrontano tra loro. Questi medici sapevano dalla loro esperienza clinica che il vero killer non era il virus ma le malattie su cui si appoggiava nel suo diffondersi, e che decisivi erano quindi i rimedi per sostenere gli organi vitali deboli, e ripristinare uno stile di vita sano: il cibo naturale, il movimento, l’aria fresca, le relazioni affettive positive. Servono non confinamenti, ma depuratori dell’aria: ma su quello (guarda caso) non una parola. Il “nemico” vero, di cui scrupolosamente tacevano i bollettini di guerra dei commentatori ufficiali, erano appunto le grandi malattie intossicanti e croniche di cui muore il 70% delle persone. Però riconoscerlo, oltre a comportare precise terapie mediche, ignote ai burocrati politici, implicava la diagnosi di quale sia il male della società che esprime quei ministri, e quei “tecnici”. L’origine del male era (è) infatti la depressione, l’antico “tedium vitae” di cui parlavano già i grandi medici e filosofi latini a incominciare da Seneca. La malattia delle società ricche, come già la Roma tardo imperiale, che smarriscono nelle gratificazioni materiali i valori profondi, le forze e gli affetti duraturi, indebolendo con l’anima anche il corpo, che era stato prima lo strumento del guerriero. Perdono così anche la voglia di vivere, e quel tanto di aggressività indispensabile a combattere davvero e non solo a parole, o per finta. La soppressione di ogni spinta aggressiva è stata infatti decisiva, come sempre accade, anche nella pessima gestione dell’epidemia. Come ci ricorda Konrad Lorenz: “Se si elimina la pulsione aggressiva sparisce dalla vita umana il comando ‘attacca!’ (nel senso più originario e vasto) non spingendoci più ad affrontare un compito o un problema, fino alla creazione artistica o scientifica”.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/uccisi-da-malattie-non-trasmissibili-e-il-paradosso-di-questa-pandemia

Consenso informato

Scrive Carbone: “Quanto è democratica la conoscenza, se solo a partire da un certo censo ci si può permettere di essere realmente aggiornati? In questo mare magnum quali sono i criteri in base ai quali selezionare le fonti attendibili? o almeno plausibili?”  Si tratta di temi che riguardano i massimi sistemi e che non possono essere affrontati in poche parole, ma per tornare al tema specifico tutto questo ci dice  che gli stessi specialisti rischiano di non essere abbastanza informati, soprattutto quando ci si trova di fronte a fatti nuovi tutti da affrontare e determinare. E tuttavia vediamo quanti “esperti” parlano dei nuovi vaccini ( ma spesso anche dei vecchi) senza saperne assolutamente nulla, fidandosi ciecamente dei dati forniti dai produttori stessi e  in questo caso per giunta di dati estremamente sommari che dovranno essere integrati da anni di pratica con l’umanità intera quale cavia e ben sapendo che gli esperimenti di controllo dipendono in gran parte dai denari stessi di Big Pharma

Effetti indesiderati

Ormai chiunque critica le misure prese dal governo viene sbrigativamenre definito negazionista, in realtà succede che questa attenzione esclusiva per il Covid porta a trascurare le altre patologie (tumori, malattie cardiache) che rimangono le cause più frequenti di morte; addirittura leggevo di statistiche in cui medici si lamentavano della aumentata frequenza di morti peri-natali, quelle del primo anno di vita, dovute alla difficoltà dei controlli periodici delle gravidanze durante il lockdown.

Igienismo

La presunta “crisi” causata dal Covid ha permesso il dispiegamento di un arsenale sanitario, ma soprattutto emotivo e mediatico alla cui base si trova un meccanismo ricattatorio e colpevolizzante: “la gente muore perché tu non metti la mascherina”. Derogare ai capricci normativi della dittatura sanitaria è non solo un reato, ma prima di tutto un peccato.

Lo Stato terapeutico e igienista è il vettore dell’asepsi della vita sociale, l’ambizione a eliminare ogni rischio, ogni malattia, ogni contaminazione e, in definitiva, la morte. Le facce intabarrate nel tessuto sono una negazione delle relazioni umane, il volto dell’altro diventa irriconoscibile e la comunicazione perde la sua immediatezza.

Le norme anti-Covid sono la perfetta prosecuzione (e il completamento) del rapporto ossessivo che la nostra società intrattiene col corpo e che si esprime mediante diete fanatiche, chirurgia estetica, allenamento sportivo e fissazioni su difetti fisici immaginari.

L’egoismo che innerva ogni forma di salutismo è esploso. Si preferisce sacrificare la vita relazionale a vantaggio della propria vita biologicaSeppellirsi in casa è diventato più desiderabile di una vita all’aria aperta. L’isteria che circonda il virus è sintomo di un forte e malsano timore della realtà, che si esprime nella volontà, come già detto, di schedare, tracciare e sanificare.

L’igienismo è anch’esso un’espressione del progressismo: il sogno di un mondo senza conflitti, persino senza quelli tra i batteri e il nostro sistema immunitario. Un mondo dove non esistono ombre, in cui è possibile ricostruire ogni movimento. Le élites transnazionali che detengono le leve del potere politico, economico e mediatico hanno paura dei popoli, soprattutto dopo l’ascesa di Trump e dei populismi, e il miglior modo per rendere qualcosa meno spaventoso è dominarlo. Hanno inculcato al popolo il terrore del virus cinese, sobillando la paura a derogare alle norme, minacciando ecatombi, diffondendo immagini di malati e così via. Il Coronavirus è uno specchietto per allodole.

La crisi sanitaria farlocca è un’accelerazione verso un futuro di individui dall’espressività facciale mutilata dalla mascherina, chiusi in casa, soli, gonfi di ansie, ripiegati sulle proprie paure, con scarse occasioni mondane, ridotte possibilità di incontrare l’altro sesso le cui uniche relazioni avvengono per procura, tramite dispositivi digitali.

Il progresso avanza ed è lo zero assoluto di una vita sociale e pienamente umana.

SEPPELLITI IN CASA – L’IGIENISMO, IL PROGRESSISMO E LA DITTATURA SANITARIA (di Davide Cavaliere)

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-igenismo-il-progressismo-e-la-dittatura-sanitaria

Panpsichismo

Credo che nei tempi lunghi della storia umana, ci siamo fatti suggerire dal mondo delle storie, e sono le grandi narrazioni mitologiche. Abbiamo creato, noi e il mondo insieme, una lingua.  Così, quando la montagna si spacca sotto la Corona della Sibilla,  invece di fare solo delle misurazioni Richter, potremmo ricordarci del suo ruolo di profetessa e chiederci cosa ci aspetta. Quando siamo davanti al fuoco spaventoso di Notre Dame e della Dea Iside, potremmo chiederci a quali avversari si oppongono queste Dee e perché. Quando vediamo la gente, ignara, che torna a correre per le strade di Eleusis, potremmo ripensare a quello che si celebrava nella notte sacra a Demetra e allora forse ci ricorderemmo l’inverno che calò sul mondo quando la Dea nutrice perse la figlia e lo sforzo che dovette fare Demetra per cercarla e far rinverdire il mondo.

Così forse capiremmo che il mondo fisico  ci parla nel linguaggio che insieme, noi e il mondo, abbiamo creato, quello dei miti della tradizione europea. Sicuramente in altre parti del mondo, antiche storie di luogo vengono rievocate per chi è in ascolto nei momenti di crisi, come potevano essere i recenti incendi spaventosi in Australia.

La posizione filosofica che vede l’intero cosmo fisico come dotato di un’interiorità psichica si chiama panpsichismo. Uno dei sostenitori di questa idea, Koch, dice, “Spesso incontro sguardi di incomprensione totale” e l’enciclopedia di filosofia Thomson-Gale (2006) inizia l’articolo sul panpsichismoo con queste parola: “Anche se il panpsichismo sembra ora incredibile alla maggior parte delle persone, è stato accolto in un modo o l’altro da molti pensatori eminenti sia nell’antichità che in tempi più recenti.”

La visione panpsichista è un’alternativa alla visione meccanicistica di Newton nella quale siamo tutti cresciuti. Personalmente, mi ha aperto gli occhi su queste possibilità il lavoro dell’ecofilofosa Freya Mathews, che fa un’indagine rigorosa e razionale della visione panpsichista e mostra la fragilità delle premesse della scienza moderna secondo cui il mondo è solo uno sfondo inerte per l’esistenza umana, invece di una presenza in sé comunicativa, capace di dialogare con noi.

Possiamo permetterci di rimanere ancora a lungo sordi ai richiami del mondo?

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-sibilla-demetra-iside-ma-e-ridicolo-no

Il collasso

Nell’anno 2019 della crisi climatica globale e della sesta estinzione di massa, il giorno 30 di un giugno a temperature infernali, sul quotidiano più popolare in Toscana, si leggeva: “… Una quindicina di infarti, ictus e malori in meno di 72 ore, e una mitragliata di chiamate al 118… tra le province di Massa e Lucca… una media di un decesso ogni sei ore… caldo che da mercoledì ha fatto schizzare alle stelle i termometri con massime fino a 37,5 gradi, ha lasciato un segnale anche all’obitorio del Campo di Marte… tutte le celle frigorifere già occupate…livelli di ozono da bollino rosso…” e poi, in toni giulivi e soddisfatti (e in uno spazio del giornale on line di parecchio precedente ai morti per il caldo, e quindi più visibile e più importante): “Firenze, festa in rosso: c’è il Ferrari Day…partenza dal piazzale Michelangelo e poi un percorso show fino a Campi Bisenzio”.

Solo un piccolo esempio tra i tanti dell’umana demenza imperante in un’epoca di frenesia distruttiva.

Ma, soprattutto, un esempio di come un ceto politico profondamente corrotto nell’animo, miserabile, opportunista e meschinamente intento a calcoli di inutile e ridicolo potere, se ne infischi altamente dell’ambiente, dell’inquinamento e dell’emergenza climatica, utilizzandoli solo e disgustosamente per farsi pubblicità e per ingannare e confondere. Mentre persegue unicamente gli interessi di profitto e di potere dei ceti già ricchi.

Soprattutto un esempio dell’opportunismo schizofrenico di medialacché, di una categoria di giornalisti che in essi insegue soltanto il sogno di un privato, personale e risibile successo, meno consistente delle loro anime asfittiche.

Soprattutto l’esempio di come oggi, non solo siano due facce della stessa medaglia lo sfruttamento e la ricchezza, come mi ripetevano i miei genitori quando ero bambina, ma siano anche sinonimi ricchezza e malattia mentale. Ostentare (le proprie Ferrari ma non solo quelle, naturalmente) diventa lo scopo della vita, giustifica qualsiasi nefandezza compiuta ai danni di tutti gli altri, umani e non, e, perché no, anche ai danni di sé stessi. Perché è ovvio che, nel delirio competitivo paragonabile a quello di una mandria che galoppa a rotta di collo verso il precipizio, ogni individuo tentando di superare chi gli sta accanto, la vita nella sua grandiosa complessità non conta più niente per chi si inorgoglisce di un raduno di Ferrari che aumenterà i morti da inquinamento e da riscaldamento globale.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/al-galoppo-verso-il-precipizio

Gli animali di Chernobyl

Gli umani pacificamente intenti alla loro vita quotidiana sono più pericolosi per la natura dell’esplosione simultanea di 200 bombe di Hiroshima (questa è stata la potenza di Chernobyl). E tuttavia, per un tragico contrappasso, sono anche le sole vittime dell’incidente: siamo noi, infatti, gli unici esseri viventi che non possono vivere a Chernobyl, perché moriremmo di cancro e non riusciremmo a riprodurci abbastanza in fretta per evitare l’estinzione. E anche qui c’è un insegnamento: via via che ci allontaniamo dallo stato naturale migliorano le nostre condizioni individuali (per dire, viviamo il doppio dei nostri cugini scimpanzè), ma peggiorano le nostre probabilità di sopravvivenza al di fuori della sfera tecnologica in cui siamo immersi fin dalla nascita (anzi, dal concepimento). L’apocalissi nucleare, che è poi il rovescio impaurito della nostra sfrenata ambizione prometeica a comandare l’universo, non è affatto un’apocalissi: tutt’al più è l’estinzione di una specie. La nostra.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62095

Sulla stessa barca

No! Non ci siamo proprio, care e cari Laura Boldrini, Ornella Vanoni, Giuliano Pisapia, Roberto Vecchioni, Claudio Bisio, Amelia Monti, Malika Ayane, Giobbe Covatta, Lella Costa e tutto il Circo Barnum, che insieme a tanti milanesi (più o meno ingenui) vi siete ritrovati in piazza per la manifestazione antirazzista, ostentando lo slogan: «Siamo tutti sulla stessa barca».
No, cari tutti… siete dei mentitori perché qualunque mieloso e suggestivo proposito possiate portare avanti, non siamo sulla stessa barca!
E cerco di spiegarvelo in maniera diretta, seppur molto sintetica.
Chi vive nei centri storici delle città e non nelle periferie degradate, non è ”sulla stessa barca” con gli altri.
Chi non fa lavori ”comuni” e, quindi, non riesce (o non vuole) comprendere che si stanno demolendo i diritti dei lavoratori per via di questa rincorsa verso il peggio che obbliga alla ricerca di mano d’opera a basso costo, non è ”sulla nostra stessa barca”.
E chi non capisce che questa corsa al ribasso dei salari danneggia essenzialmente le fasce di lavoratori meno professionalizzati e quindi più esposti (e di conseguenza più poveri) non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non vede (o non vuole vedere) che la popolazione straniera residente continua a crescere, anche se di lavoro ce n’è sempre meno, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non considera il fatto che, insieme a tanti poveri cristi, arrivino tanti delinquenti e criminali, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi crede che, nonostante una infinita crisi economica, sia possibile continuare a spendere per un’accoglienza tramutasi in assistenzialismo perpetuo a carico dello Stato, perciò togliendo risorse a famiglie italiane nelle stesse condizioni, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non capisce che, non potendo accoglierli tutti, vi sarà una parte non irrisoria di immigrati che troverà strade alternative, e sarà arruolata dalle nostre organizzazioni criminali (Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona), non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non afferra il concetto che molti di questi immigrati aspirino all’accoglienza ma non all’integrazione, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi fa finta di illudersi che a costoro (non a tutti, ovviamente!) nulla importi della laicità dello Stato, dei diritti delle donne e dei minori, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non avverte il pericolo che vi sia una diversa sensibilità sull’esigenza di isolare violenza e terrorismo, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi non vede le dimensioni dell’ulteriore impoverimento dei Paesi di provenienza causata da questa fuga in massa, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi fa finta di credere che i flussi migratori non siano incoraggiati da un pensiero globalista di stampo neo liberista (e quindi da multinazionali e organizzazioni varie) ma alimentati spontaneamente solo dalla disperazione e dalla povertà, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Chi è un apolide, che non ha a cuore l’identità della propria nazione, e quindi non viene turbato da continue e persistenti iniezioni di multiculturalismo, e che non ha interesse nel contrastare ogni fenomeno che porti alla destrutturazione e all’indebolimento delle identità comunitarie, non è ”sulla nostra stessa barca”.
Infine… chi prende il taxi e mai un bus o la metro, non può capire cosa significhi stare su un barcone. Al massimo, su uno yacht!

Luigi Iannone

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61690

Il senso della fine e la fine del senso

… La frase apparsa su Vulture ricorda un passaggio de La società dello spettacolo di Guy Debord: l’insoddisfazione è diventata una merce. In questo caso la brandizzazione della distopia, pur presentandosi come narrazione massimamente politica, avrebbe così un effetto depoliticizzante.
Il senso del disastro imminente è strettamente connesso a un’esuberanza della capacità immaginativa. Immanuel Kant nel 1794 fa pubblicare sulla Berlinische Monatsschrift un piccolo saggio intitolato La fine di tutte le cose. Il filosofo tedesco si chiede, tra le varie riflessioni intorno al tema della fine, perché gli uomini di ogni cultura e di ogni luogo si aspettino una fine del mondo e siano, per di più, inclini a pensarla in termini terribili. «L’idea di una fine di tutte le cose non trae la sua origine da ragionamenti relativi all’ambito fisico, ma da riflessioni sul corso morale delle cose di questo mondo». La corruzione del genere umano, evidenziata da segnali mondani come l’ingiustizia crescente tra ricchi e poveri, non può avere che una fine drastica. Il mondo dura finché gli esseri razionali sono «all’altezza dello scopo finale della loro esistenza». Altrimenti, il mondo sarebbe come un’opera teatrale senza conclusione. L’intento di Kant è trasformare la fine di tutte le cose nel fine di tutte le cose: vale a dire il senso della fine, che trascende la nostra esperienza, è un ente di ragione che ci spinge a rendere morale lo scopo finale della nostra esistenza. È la fine come completamento della maturità dell’umanità, vale a dire il momento in cui l’uomo riesce, tramite la ragione pratica, a mettere un freno alla sua opulenza e all’egoismo. Oggi siamo consapevoli di qualcosa di più. La “corruzione del genere umano”, per dirla con Kant, sconfina nel mondo fisico e diventa una variabile causale dei cataclismi. Le forme sociali tramite cui abitiamo il pianeta stanno avendo una diretta influenza sull’ecosistema alterandolo a livello fisico, chimico e biologico. L’homo sapiens per la prima volta è diventato un agente geologico, una variabile ingombrante nella complessità del globo. Com’è noto, secondo una parte della comunità scientifica, sulla scia di un fortunato testo del chimico Paul Crutzen, la nostra era geologica andrebbe rinominata Antropocene.
Cinque estinzioni di massa si sono succedute sulla terra in 540 milioni di anni. Il motivo principale è stato quasi sempre l’aumento di carbonio nell’atmosfera. Secondo alcuni ricercatori, come Daniel Rothman, geofisico al MIT di Boston, siamo all’inizio di un processo che nel giro di 100 anni potrebbe portare alla sesta estinzione di massa.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61555

Negli USA i problemi sociali non esistono

Un increscioso fenomeno naturale sta bruttando San Francisco,   compromettendo la sua bella la vibrante cultura progressiva  e la felicità  della capitale di tutti i terzi sessi, libertà, creatività e dinamismo. “Feci. Feci. Più  feci sui marciapiedi di quanti ne ho mai visti, e sì che io qui ci sono nata”, ha lamentato la nuova  sindaca, London Breed, in una intervista alla  NBC Bay Area: “E non sto parlando di cani, ma di feci umane”.  E non solo feci, ma siringhe, “prodotti usati per l’igiene femminile; e secchi di urina”.

Il fenomeno è dovuto all’aumento a razzo dei californiani che non hanno più casa – si calcola 135 mila nel Golden State, il 25% di tutti  i senzatetto  dell’America. Nella sola San Francisco si parla di  oltre 7500 “vagrants” senza dimora, di cui il 39 per cento  disturbati mentali o dipendenti da oppiacei;  il Comune ha ricevuto 16 mila lamentele di cittadini, proprietari di appartamenti nelle zone più prestigiose, solo nella prima settimana di luglio:  spesso accompagnate da foto  dimostrative. “Un  attendamento di senza-casa sta bloccando il marciapiede e crea un rischio sanitario con feci e spazzatura”, scrive uno.   “Mandate gli addetti alla nettezza urbana,i pedoni sono costretti a camminare nella strada essendo i marciapiedi impraticabili”; dice un altro. “Osservati   senzatetto che si iniettano alle cinque del pomeriggi odi lunedì 2 luglio”, avverte un terzo:” feci dappertutto, mandate gli spazzini”.  Un turista australiano chiede: “E’ normale, o sono nella “parte  brutta” della città?  Sono appena passato a fianco di una folla di senzatetto completamente “fatti”,   urlanti  e correnti, e ad una scena  di omicidio. Mia moglie adesso ha paura di uscire dall’albergo.  Ha visto un tizio  che veniva caricato su un’ambulanza, morto. Proprio davanti alla sede centrale di Twitter”, uno dei gioielli della creatività californiana.

Effettivamente il fenomeno sta intaccando   una delle fonti di reddito della città, il turismo: un congresso medico che si aspettava avrebbe portato 15 mila visitatori paganti e fruttato 40 milioni di dollari in una settimana, è stato cancellato. “E’ la prima volta che abbiamo una cancellazione total, e questo era un gruppo che si riuniva a congresso qui dal 1980”, dice al  San Francisco Chronicle  Joe  D’Alessandro, direttore dell’ufficio per il turismo congressuale del Municipio.

La tv NBC Bay Area  ha sguinzagliato una “unità investigativa” che  è stata in grado di offrire al pubblico una mappa accurata della densità di feci umane nelle principali vie del centro.  Una mappa dove il colore più carico indica la quantità più densa di escrementi in “153 blocchi dell’area.  Spazzatura, siringhe, e più di 300   mucchietti di feci”  ha contato l’unità “nelle 20 miglia di vie e marciapiedi”.  Ciò, nonostante che il Municipio spenda oltre 30 milioni di dollari l’anno in pulizia ddegli escrementi.

Mappa delle densità escrementizie

Il che è tanto più sgradevole in quanto San Francisco si ritiene in pieno boom economico, e i prezzi delle  case sono alle  stelle.

C’è da sospettare che il fenomeno si produca in modo endemico in altre città americane, visto che viene segnalato da Los Angeles a Portland, altra “vibrante” città  600 chilometri a Nord (“Ridotta ad un  cesso”,  secondo il capo della polizia) e persino a Seattle, già Emerald City,  dove prospera oltre ogni dire la multinazionale Amazon ,  che è anche il massimo datore di lavoro della città, e vive il suo fondatore Jeff Bezos, che si illustra per una  ricchezza personale di 143 miliardi (attenti: miliardi, non milioni) di dollari  che ne fa  non solo   l’uomo più ricco della storia Usa, ma anche quello che ha accumulato tanta ricchezza con più rapidità.

Jeff Bezos, 143 miliardi $

Il che dimostra, ce ne fosse bisogno, che l’eccesso di escrementi umani nei marciapiedi americani è un fenomeno del tutto naturale e non sociale, essendo l’America ancora  la terra delle grandi opportunità, dove ciascuno se lavora sodo può diventare miliardario. Sarebbe un errore attribuire  gli escrementi ad  un qualche errore nel capitalismo finanziario terminale, e soprattutto nella mentalità che ne ha reso possibile il trionfo finale: quello speciale individualismo americano, per cui vengono riconosciuti solo i diritti individuali, ma non esiste alcun  diritto sociale, perché questo è un costo per il business. Sicché, come ha scritto in un recente saggio Dimitri Orlov, “i diritti individuali sono tutto ciò di cui l’individuo dispone – tutti sono soli,  ciascuno è solo contro il sistema intero” e se gli va male e perde casa e lavoro, è semplicemente colpa sua e il sistema se ne infischia.

Difatti è interessante constatare come i comuni sopra nominati trattino il problema delle feci sui marciapiedi:  non come problema sociale – non esistono problemi sociali – ma come un problema di nettezza urbana. Com’è giusto: i cittadini che si lamentano   chiedono l’intervento degli spazzini, non che ai senzatetto venga trovata una casa. Il comune di San Francisco in realtà ha fatto un passo avanti: affronta il problema come un problema sanitario. Distribuisce  400 mila siringhe al mese per ridurre   ai senza fissa dimora che si drogano, il rischio di HIV. Ha anche sparso nella città tredici “siti di smaltimento”  dove i drogati sono invitati a deporre i loro aghi usati per averne uno nuovo;  nonostante ciò, solo 264  mila  siringhe usate vengono così recuperate pulitamente. Il resto finisce nelle strade e parchi pubblici insieme alle feci e agli assorbenti femminili usati.   Adesso la nuova sindaca ha promesso di creare “chioschi per le iniezioni sicure”,  dove i senzatetto possano iniettarsi l’oppiaceo, e “camere di raffreddamento”; dove possano smaltire i loro sballi fuori vista.

Leggi tutto: https://www.maurizioblondet.it/fenomeni-naturali-nelle-citta-americane/

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