La scuola dei folli

Siamo dentro un incubo: a Fano un ragazzo che si rifiutava di indossare la mascherina, appoggiando questo suo rifiuto sul parere di un costituzionalista, è stato trasportato di peso all’ospedale psichiatrico e vi rimarrà per sette giorni con la complicità di autorità scolastiche vili e vergognose oltre che ignoranti, di sanitari da mandare in galera e di un potere ormai apertamente fascista che agisce in nome di una tutela della salute basata su presupposti inventati. Dalle ricerche sappiamo che semmai dovrebbe essere messo in manicomio chi usa le le mascherine e dietro le sbarre gli speculatori che le fabbricano e le impongono per fare profitto alle spalle della gente spaventata. Ma questo non è solo il risultato di una perversa parabola politica del neoliberismo occidentale di cui siano solo una periferia, dietro questi episodi – spia giocano antiche culture di subalternità che rendono difficile se non impossibile tenere la schiena dritta, anche quando si sa molto bene di essere sottoposti a manipolazioni e mistificazioni. La storia italiana moderna e contemporanea è talmente costellata di esempi di questa mentalità che non si sa bene da dove e da chi cominciare.

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Giovanni Gentile

Gentile non aveva nulla da guadagnare nell’esporsi con l’ultimo fascismo di Salò, da cui era rimasto fino allora appartato: aveva tanti contro, non aveva mai amato l’alleanza con Hitler, detestava il razzismo; ma per coerenza e carattere non si tirò indietro, come scriverà in Genesi e struttura della società (un libro che ripubblicai con Vallecchi, ora uscito da Oaks a cura di Gennaro Sangiuliano). Si espose, accettò di presiedere l’Accademia e fu ucciso. Era stato fascista e mussoliniano, aveva avuto onori e onorari dal regime, e grande potere; ma era stato anche attaccato da molti fascisti e intellettuali, fu emarginato dal regime dopo i Patti Lateranensi.

Per Gentile il fascismo passa ma l’Italia resta, lo Stato viene prima del Partito e la Nazione prima del regime. Aveva difeso e riformato la scuola e l’università italiana, la Normale di Pisa, aveva fondato l’Istituto di studi orientali, l’Ismeo, aveva creato quel monumento alla cultura che è l’Istituto dell’Enciclopedia, la Treccani. E aveva difeso tanti intellettuali antifascisti, dissidenti ed ebrei, ne aveva portati ben 85 – contarono i suoi detrattori in camicia nera – a collaborare all’Enciclopedia; protesse antifascisti militanti come Piero Gobetti che pure lo aveva attaccato e giovani docenti oscillanti tra l’ossequio al fascismo e il larvato antifascismo, come Norberto Bobbio.

L’uccisione di Gentile fu un parricidio culturale e insieme un avvertimento e un esempio, da seguire seppure in forme incruente in tempo di pace: eliminare chi dissente, cancellare i non allineati; morte civile e infamia. I meriti, i valori, le verità non contano se sei dalla parte sbagliata. Cominciò così l’egemonia culturale…

MV, La Verità 15 aprile 2021

Senza scuola

Qui si vede benissimo che il virus è un pretesto; qualunque flebile scusa sanitaria è buona per interrompere il processo di educazione, la crescita del sapere, il gusto della cultura, della ricerca – in una parola, della civiltà. Questa deprivazione è volontaria, programmatica e deliberata. L’Italia ha già il maggior numero in Europa di giovani che né studiano né lavorano. Adesso si sta deliberatamente costruendo una generazione di rozzi ignoranti, inoccupabili, analfabeti, “bocche inutili” che camperanno a margini della società come parassiti, senza dignità, e in attesa di estinzione.

Il fatto che questa dittatura assassina spogliatrice di sanità e educazione goda del più massiccio consenso; che questi crimini contro l’umanità vengano commessi impunemente perché in nome della “scienza” da tele-dibattito; e che le masse credano a schiacciante maggioranza alla pericolosità del virus e alla sua cura attraverso mascherine e coprifuoco imposti, evoca un termine che ci è già capitato di usare: Oscurantismo. L’oscurantismo di neo-primitivi che si credono invece moderni e soggiacciono al più assurdo e ridicolo principio d’autorità: le tv e i tele giornalisti e i loro “ospiti in studio”

“I cittadini, invece di protestare con forza contro la soppressione della libertà, sono apparsi del tutto allineati, anzi desiderosi di essere governati proprio in quel modo, lasciandosi trasformare da cittadini in sudditi”, scrive Aldo Maria Valli (Virus e il Leviatano, 11 euro, Liberi Libri). Egli vede risorgere il Leviatano di Hobbes: i cittadini si mettono nelle mani dello stato autoritario, cedendo libertà per quella sicurezza che da soli non sono in grado di darsi”. Tutto vero, salvo che il Leviatano di Hobbes davvero garantiva il livello di sicurezza promesso. Questo ridicolo Leviatano è malevolo, e toglie e depriva lo stato assistenziale , smantella ogni sicurezza sociale, abbandona alla durezza del vivere i covidioti che lo acclamano.

Valutazione scolastica: la teoria

Si fa qui riferimento soprattutto a un archivio nazionale, al momento inesistente,disponibile per chiunque avesse interesse a consultarlo, contenente informazionisui risultati scolastici in termini di conoscenze e abilità apprese e sui percorsi, me-todologie e organizzazione che li hanno prodotti. La disponibilità di un tale archivioconsentirebbe inoltre di confrontare i dati di una classe con quelli di gruppi più al-largati appartenenti alla stessa popolazione studentesca. È la dimensione collettivasu ampia scala, infatti, che permette di identificare le incoerenze e la praticabilitàdei progetti curricolari, e di aggiustare, per esempio, gli stessi programmi scolastici al fine di renderli più adeguati all’età e ai saperi degli studenti. Ciò presuppone però la disponibilità di “banche dati” relative a prove, a esiti formativiche non siano direttamente legati a specifici itinerari didattici ma che tuttavia potrebbero costituire un valido parametro di riferimento per i docenti, utile anche pe riflettere sull’andamento degli effetti degli itinerari realizzati. La documentazionecostituisce anche un elemento che accresce la trasparenza verso l’esterno della qua-lità della scuola e del progetto educativo del circolo/istituto, e consente ai cittadinila possibilità di fornire un valido apporto per un miglioramento degli interventi formativi.
La valutazione in dieci fotogrammi
(Giovannini, M. L.,)
Note
1. M. Pellerey,
La valutazione diagnostica dei processi cognitivi e metacognitivi,
inAA.VV.,
La valutazione nella scuola media
 , «Studi e Documenti degliAnnali della Pubblica Istruzione», 1993, pp. 278-294.2. A. Hargreaves, M. Fullan,
Understanding Teacher Development,
Teachers Col-lege Press, 1991.3. L.S. Vygotskij,
Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori e altriscritti,
tr. it., Firenze, Giunti-Barbera, 1974, e anche dello stesso autore
Pensieroe linguaggio,
a cura di L. Mecacci, Bari, Laterza, 1990.4. B. Vertecchi,
Decisione didattica e valutazione,
Firenze, La Nuova Italia, 1993, p.88.5. Al fine di evitare la sovrapposizione delle operazioni della misurazionecon quelle della valutazione vera e propria, Gattullo ha proposto di utilizzareil termine
controllo
quale complesso delle operazioni; cfr. in particolare M.Gattullo,
Didattica e Docimologia. Misurazione e valutazione nella scuola,
Roma,Armando, 1967.
in  Un po’ di storia della valutazione scolastica:a cura di Guido Benvenuto e Andrea Giacomantonio, p.39

Tabula rasa

DIstrazione

Nel beneamato Occidente, alla plebe che ha sostituito il popolo, si dà invece una classica incultura. La cultura di massa nacque negli Stati Uniti dopo la prima guerra mondiale e oggi si diffonde a colpi di spettacoli puerili in 3D, libri dementi, videogiochi stupidi o sadici, serie televisive per sordomuti, drugstore che distribuiscono emozioni dolciastre, spettacoli selezionati dal clero secolare del sistema. Scriveva Theodor W. Adorno: la ripetitività, la ridondanza e l’ubiquità che caratterizzano la cultura di massa moderna tendono a automatizzare le reazioni e indebolire le forze di resistenza dell’individuo. L’’obiettivo del francofortese non era la denuncia, ma la costruzione di quello che Marcuse definì l’uomo a una dimensione, liberato dalla “personalità autoritaria.”
La cultura in cui siamo immersi ha voltato le spalle al suo immenso patrimonio. Che si tratti di Lady Gaga, dell’ultimo successo editoriale, del jazz, del rap, della pittura contemporanea o dei film di cassetta, nulla è frutto del caso. Questa cultura, osservava già Lev Tolstoj, non è più cristiana, non è più radicata nella storia di un popolo o in un suolo; è legata al condizionamento di massa, astratta e massificata, ha fini e obiettivi precisi, globalizzati, rintracciabili attraverso la storia della letteratura contemporanea e del cinema. La musica moderna deve farti impazzire, ordinò Adorno. L’inquinamento acustico serve a distruggere la personalità umana. Plutarco evoca il terrorismo sonoro dei Parti prima della battaglia di Carre, i cui rumori misero in crisi le truppe romane. Il cinema di Stanley Kubrick ha molto insistito sull’importanza dei rumori e della musica.
Il jazz è stato creato ai tempi di George Gershwin e ha sostituito gli spirituals della popolazione di colore, contribuendo alla scristianizzazione dei neri d’America. Per il ruolo del rock, basta al giudizio la devastante biografia dei suoi protagonisti, mentre il rap ha accompagnato milioni di giovani dei ghetti sui marciapiedi della dipendenza, della droga, dell’autodistruzione.
https://www.controinformazione.info/la-cultura-moderna-arma-di-distruzione-di-massa/

Telescuola

E la dice lunga sul futuro la sperimentazione in atto con lo smartworking e la “telescuola” che fa rimpiangere i tempi beati del maestro Manzi, se si tratta di test che dimostrano chiaramente la volontà di praticare su larga scala la riduzione del contributo dell’intelligenza umana, della capacità di scelta e decisione, promuovendo isolamento, eclissi delle relazione che favoriscono riconoscimento identitario, di ceto e categoria, in modo da contrastare ogni possibile partecipazione al processo lavorativo, reprimere ogni istanza di interazione spontanea in quello di apprendimento, per non parlare nemmeno delle possibilità di tutelare interessi in forma collettiva.

Così è solo apparentemente paradossale che dopo che per anni pedagoghi, psicologi, moralisti hanno denunciato l’abuso di cellulari, pc, play station, giochi virtuali da parte dei minori, affidati alle varie baby sitter informatiche e elettroniche, adesso nello stato di eccezione, ma sempre più prevedibilmente in un domani, tutto concorra alla diffusione generalizzata dell’istruzione digitale, destinata a ridurre sempre di più il personale insegnante e a sviluppare sempre di più il ruolo dei genitori, senza nonni, chiusi nella propria abitazione per motivi sanitari fin dai 60 anni, come sostegno didattico, educativo e  di sorveglianza.

Sono le nuove frontiere delle privatizzazioni, le famiglie che non possono permettersi le scuole parificate, quelle straniere, hanno davanti a sé un futuro di confinamento, padri e figli, al desk, ammesso che possano permettersi pc, modem, rete, in quella nuova e originale istituzione totale chiamata casa, sempre che ce l’abbiano.

Tutti in galera

Smart virus

L’idea forte è quella di adottare una didattica in modalità MOOC, con classi virtuali, FAD, smart working per tutti gli allievi della scuola, secondo il normale orario di lezione della scuola, ad eccezione delle lezioni pomeridiane, che  avverrà regolarmente secondo le indicazioni che i docenti daranno agli allievi utilizzando i servizi di classe virtuale attivi sul registro elettronico e anche grazie a video tutorial per le attività previste. E come non essere incantati dalla sperimentazione del Liceo Bertolucci di Parma, intitolata con un verso del poeta: “assenza più acuta presenza”, che, diciamo, in verità suona un po’ inquietante essendo dedicato a un fratello morto, e che colloca le iniziative della didattica online nella cornice culturale e pedagogica  significativamente riassunta nello slogan «con-finati ma non isolati».

Eh si, li stanno proprio preparando al domani i nostri ragazzi. Pensate che pacchia, via via, dopo che il pericolo sarà passato, si potrà ridurre, insieme al rischio sanitario, quello rappresentato dal numero esuberante del molesto copro insegnante mai contento e smanioso di remunerazioni e privilegi, si rafforzerà la funzione dei dirigenti scolastici, disperdendo la fastidiosa vocazione pedagogica per valorizzare l’indole manageriale, si darà maggiore rilevanza al compito genitoriale come è giusto che sia nel complesso di un ordine sociale ispirato al controllo e alla sorveglianza anche nell’intimità.

Ma soprattutto si rafforza quella concezione della libertà individuale tanto cara ai fautori della fine del lavoro e della ripresa a tutto campo del cottimo, grazie a un tirocinio fin dai banchi che persuaderà scolari e futuri lavoratori a ritenere che l’autonomia si materializzi organizzandosi gli orari delle elezioni come i percorsi stradali per consegnare le pizze, non conoscendo la faccia dei professori  come quella del padroncino, scegliendosi i tempi dello studio proprio come quelli dell’attività part time propagandata per la licenza che ci si può auto concedere della flessibilizzazione organizzativa autonoma, combinata con i facili guadagni che crescono se ti ci dedichi di notte e di giorno, senza tregua e se si vince la gara con  altri addetti alla costruzione di invisibili piramidi, altrettanto soli, isolati, feroci nella difesa della propria fatica.

Grazie al virus, quello dell’avidità e dello sfruttamento, adesso possiamo preparare le nuove generazioni a raccogliere la sfida dello smart working, nuovo accorgimento per rendere invisibile ma non certo meno cruento l’antagonismo di classe, per consolidare la neutralizzazione delle rappresentanze, per normalizzare le anomalie di contratti irregolari, vaucher, volontariato obbligatorio, della precarietà, come predicava, così demonizzata nel civile Occidente, la filosofia Toyota che sulla base di un determinato numero di zeri (zero burocrazia, zero tempi morti) conseguiva il desiderabile obiettivo di “zero conflitti”.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2020/02/26/a-scuola-di-smart-virus/

 

Facilitatori

E dagli anni Novanta in avanti attraverso provvedimenti legislativi successivi che hanno introdotto le logiche – necessarie ma complementari – dell’inclusione, dell’integrazione, del dialogo scuola-famiglia – una strana eterogenesi dei fini ha come consentito al sistema scolastico di puntare più su questi nuovi obiettivi che su quelli tradizionali della formazione e della crescita culturale. La scuola italiana ha finito per aggiungere esperienze e progettualità, anche extra-scolastiche, tese a radicarsi nel territorio, a proporre la relazione scuola-lavoro e così via. Ma per una serie di fattori, anche contraddittori, la figura del docente si è progressivamente trasformata, soprattutto nella percezione collettiva e nelle famiglie, in quella di una sorta di sorvegliante e tutore dei giovani, in cui spesso le competenze richieste sembravano più quelle di un assistente sociale, infermiere, psicologo e animatore di comunità che in quella di educatore e formatore. Aggiungendo a ciò la perdita costante di prestigio sociale dell’insegnante e del professore, soprattutto a causa degli stipendi sempre più appiattiti in basso tanto che oggi il docente italiano guadagna meno di un operaio e con una remunerazione mensile che è la metà di un suo collega tedesco o francese. E non si può tacere in questo processo il ruolo del sindacato che per anni ha preferito impegnarsi sul facilitare l’ingresso in cattedra dei precari piuttosto che puntare sull’aumento degli stipendi. Nel complesso, il risultato è stato quello di abbassare l’attrattiva per la professione docente da parte di giovani laureati di qualità che hanno preferito professioni oggettivamente più remunerative.
Dati tutti questi fattori, il risultato, come sottolinea Sini, è stato quello di arrivare a una sistema scolastico in cui – tranne gli sforzi individuali dei singoli insegnanti – ha finito per eclissarsi il primato della formazione culturale dei ragazzi. Per dirla con una sola parola, al ruolo educativo e formativo dell’insegnante è andata sostituendosi la logica del “facilitatore”: “bestemmia pedagogica – a dire di Sini – che offende lo spirito degli alunni e che priva i cittadini del diritto all’accesso all’alta cultura”. Ovviamente, c’è professore e professore. E grazie a molti singoli la scuola italiana riesce ancora ad avere dei risultati. Ma nell’insieme è scomparsa la percezione pubblica e nell’immaginario del ruolo pedagogico e formativo dell’istituzione scolastica. Da cui il fatto che una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà che non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, addirittura nei licei e ormai anche nelle università. Perché quello che si è soprattutto appannato è il percepire la scuola come il principale canale di accesso alla cultura e alla grande cultura. Si è invece puntato a pretese “competenze” introdotte recependo troppo velocemente linee guida e indicazioni europee oppure modelli anglosassoni senza un contesto adeguato e una metabolizzazione approfondita, tendendo a tralasciare o a porre in secondo piano quelle conoscenze che tutti i cittadini hanno diritto di essere aiutati ad acquisire.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/docenti-facilitatori-e-giornalisti-opinionisti-il-declino-e-servito

Il prezzo come valore

Di Helen Buyniski, giornalista e commentatrice politica statunitense

“Il sistema scolastico pubblico americano potrebbe essere nei guai, tranne le sue migliori università”, afferma un articolo di Stacker, che paragona le dotazioni multimiliardarie di 50 college americani alla “ricchezza totale” delle nazioni del mondo, come stimato dal Credit Suisse.
L’elenco ha visto cinque università – tra cui Princeton, Stanford, Yale e l’Università del Texas System – battere oltre la metà delle 195 economie mondiali. In cima alla lista con la sua enorme dotazione di 38,3 miliardi di dollari è posizionata Harvard.
Forse più degli altri college della Ivy League, Harvard vende più di una laurea. Un’istruzione ad Harvard fornisce l’ingresso in ambienti esclusivi popolati da persone molto ricche e molto influenti, e la scuola si impegna molto per coltivare questa reputazione. La qualità dell’istruzione di Harvard è in qualche modo diminuita negli ultimi dieci anni, occupando ora il sesto posto secondo le classifiche del The Times Higher Education World University, ma la stessa azienda ha invariabilmente classificato la reputazione dell’istituzione come incontaminata, segnando un perfetto 100 sia per la ricerca che per insegnamento.
Mentre gli insegnanti di tutto il Paese organizzavano scioperi per i bassi salari ed i costi sanitari, le tasse universitarie sono aumentate quando Wall Street iniziava ad impacchettare i debiti dei prestiti agli studenti come prima impacchettava i debiti derivanti da mutui. Da quando sono stati introdotti gli “SLABS” (titoli garantiti da attività di prestito studentesco), l’ammontare totale del debito studentesco detenuto dagli studenti americani è raddoppiato.
Le scuole della Ivy League sono rimaste al sicuro dalla svalutazione dei diplomi accademici perché gli ex-alunni che occupano le posizioni di potere hanno concordato che le lauree devono rimanere preziose, un bene a prova di recessione per le persone benestanti comprensibilmente schizzinose in un’economia incerta. Proprio come il valore dell’arte moderna si basa sulle case d’aste che le vendono per milioni di dollari, le lauree della Ivy League hanno valore a causa del puro potere finanziario a sostegno delle istituzioni che le conferiscono. Leggi il resto dell’articolo

Formazione

Prima gli ultimi. No, prima i nostri. No, prima loro, i migranti. No, prima i giovani, le donne, le quote rosa o delle altre categorie discriminate. La battaglia delle priority prosegue senza sosta e senza punto d’incontro. E se, più semplicemente, dicessimo “Prima i primi” ovvero chi ne ha diritto, perché è arrivato primo o per primo, cioè i capaci e i meritevoli, i migliori, chi ha i titoli, l’anzianità e le competenze? E se il problema italiano non fossero le élite ma la loro assenza e il loro mancato ricambio? Andiamo con ordine.

Prima gli ultimi, dice Papa Francesco, e sul piano pastorale nulla da dire. Giusto soccorrere chi sta male, aiutare prima chi sta peggio; un cristiano non può eludere la carità. Ma adottare la priorità degli ultimi come criterio sociale di vita pubblica è una catastrofe. In verità il Vangelo di Matteo dice: “Beati i poveri in spirito perché di loro sarà il regno dei cieli”; non promette ai poveri il regno della terra e l’accoglienza ovunque. Tuttavia sul piano religioso la carità come dedizione personale e comunitaria è un grande valore. Ma se diventa criterio distributivo nella vita pubblica e metodo di selezione pubblica, allora le società si deteriorano, degradano verso il peggio. La stessa cosa vale se gli ultimi che diventano i primi sono i migranti e i profughi. Si può apprezzare l’intenzione morale, la tensione etica di questa apertura ma in questo modo una società deperisce, subordina le esigenze reali e prioritarie di tutti cittadini a soddisfare i bisogni di chi viene da lontano.

Nefasta è pure la logica delle quote riservate, pur se animata dalle migliori intenzioni: prima le donne, prima i giovani, prima le categorie deboli e protette. Ma la priorità di genere, d’anagrafe o di categoria contrasta con la meritocrazia, mortifica i titoli, le qualità, l’esperienza, il talento; considera solo i disagi, i fattori momentanei o le fragilità vere o presunte; non si pone dal punto di vista della comunità, delle ricadute sociali, ma solo dal punto di vista dei soggetti deboli da aiutare. Risarcisce le disparità passate, creando disparità presenti e future. Così pure fu la rottamazione dei seniores da parte di Renzi. Non basta essere giovani o non avere precedenti (penali e non solo), per essere preferibili; si può essere giovani e inetti, incensurati e incapaci, innocui e imbecilli. Gli esempi sono innumerevoli…

Prima i nostri, o Prima gli italiani, come dice Salvini (o America First di Trump), garantisce coesione sociale e solidarietà comunitaria, riconosce le identità e le appartenenze, dà valore alla cittadinanza. Ma può valere in alcuni ambiti primari, nelle modalità d’accesso all’assistenza, all’assegnazione delle case popolari, alle graduatorie per lavori generici o per necessità elementari. Ma è un metodo inadeguato di scelta nelle attività ad alta specializzazione o ad alta responsabilità o per selezionare competenze professionali, ruoli direttivi, ceti dirigenti. Non si può preferire “uno dei nostri” a “uno bravo”.

Del resto, il degrado della nostra società, la discesa progressiva, inarrestabile, dei suoi livelli di qualità, la fuga all’estero delle energie più dinamiche e delle intelligenze più brillanti, confermano la decadenza delle classi dirigenti come una vera e propria catastrofe nazionale.

E allora sorge l’indecente, scorrettissima, proposta: e se la priorità del nostro paese fosse individuare, formare, selezionare, una vera aristocrazia in tutti i campi del sapere e del lavoro? Da anni siamo infognati nella diatriba tra la Casta e la Massa. E se il problema non fosse contrapporre il popolo alle élite, o peggio le plebi alle oligarchie, ma riconoscere ciascuno secondo il suo rango, cioè le sue capacità, i suoi meriti e i gradi di responsabilità? Il problema non è abbattere le classi dirigenti, identificandole gramscianamente con le classi dominanti, o peggio con le classi sovrastanti, che vivono sopra le masse senza neanche guidarle; ma riattivare l’ascensore sociale, rigenerare la circolazione delle élite, come diceva Pareto; riaprire i ponti in entrata e in uscita, in modo che si proceda per selezione sul campo e non per cooptazione. Circolazione delle classi dirigenti, non circuiti chiusi.

Nessuna società sopravvive alla morte o alla stagnazione delle élite. Nessuna società si autogoverna, il popolo ha bisogno di classi dirigenti, non caste chiuse e autoreferenziali ma aperte al ricambio e organiche al popolo. Riammettiamo la parola proibita: aristocrazie, non di sangue o di censo, né per trasmissione ereditaria di poteri e di possedimenti, ma premiando i migliori, riconoscendo le eccellenze in ogni settore. A formare le élite oggi non ci pensa lo Stato né la Scuola, l’Università, la Chiesa, i Partiti. A proposito, vi dice nulla che i quattro principali leader politici – Salvini, Di Maio, Zingaretti e Meloni – non siano nemmeno laureati? Certo, la laurea non è una garanzia di nulla, ma è una spia indicativa che i quattro principali leader non abbiano una laurea e una professione alle spalle. E infatti nessuno si batte per la meritocrazia né la pratica.

All’Italia oggi mancano molte cose: la vitalità, la natalità, il coraggio di rischiare. Però manca una cosa che le precede: un’avanguardia di esempi, mille persone ai vertici degli ambiti decisivi, che siano da guida e da modello per tutti gli altri. I Mille. Non ci sono laboratori di formazione delle élite né in politica né in società, nella pubblica amministrazione o nelle imprese. E invece è necessario ripartire da lì, dalla rivoluzione delle élite. Dalle aristocrazie e dai luoghi di formazione. Prima i più bravi, vincano i migliori.

Marcello Veneziani

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62151

Nota: sottolineature nostre