Anestetizzati

di GIAMPIERO MARANO (FSI-Riconquistare l’Italia Varese)

Byung-chul Han, filosofo coreano che vive da tempo in Germania e insegna a Berlino, ha da poco pubblicato un libriccino tradotto in Italia da Einaudi, La società senza dolore. La tesi sostenuta dall’autore, benché piuttosto semplice in sé, viene sviluppata con acutezza e profondità di visione, ed è questa: la società contemporanea è dominata da un’algofobia che consiste tanto nella paura della sofferenza fisica e psicologica quanto nella vergogna di provare l’esperienza del dolore, perché essa confligge frontalmente con gli imperativi categorici della performance e del successo.

Nota: Inutile sottolineare come in questo modo si elimini anche la lotta di classe…

Letargia

Giuseppe De Rita

Ma rimane il pericolo che in troppi ci si affezioni al letargo e che a primavera ci si ritrovi più «scarichi» e irresponsabili di prima.
Perché irresponsabili lo siamo tacitamente tanto, quasi che le ultime vicende ci abbiano trasportato in una bolla invisibile, di comportamenti «coatti», quasi vivendo in una «istituzione totale», cioè in una di quelle realtà dove le persone «tagliate fuori per un lungo periodo dal loro tradizionale modo di vivere, si trovano a dividere una situazione resa comune da un regime chiuso e formalmente amministrato». La citazione è tratta da un famoso libro di Goffman (Asylums) che analizzava le dinamiche di gente «internata», naturalmente per il proprio bene, in strutture collettive fortemente regolate da uno staff naturalmente di alta qualità tecnica. Sarebbe scorretto applicare alla nostra attuale società quella analitica vivisezione di ambienti totalizzati (i manicomi, i conventi di clausura, i campi di concentramento, le caserme), ma qualcosa di simile la si scorge in questa Italia sotto Covid: la potenza tecnica dello staff; la sua propensione a comunicare senza informare; la dissuasione delle varianti rispetto agli ordini impartiti; le regole di minimale comportamento (igienico e di distanziamento); il dovere di un visivo riconoscimento collettivo (la mascherina come divisa da internato); le sanificazioni a tappeto; le quarantene; e in fondo il senso di un po’ tutti — internati e no — di vivere alla giornata, senza poter focalizzare cose e persone e perseguire possibili obiettivi.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/i-pericoli-che-incombono-nell-inverno-del-covid-gli-italiani-sono-entrati-in-letargo

Igienismo

La presunta “crisi” causata dal Covid ha permesso il dispiegamento di un arsenale sanitario, ma soprattutto emotivo e mediatico alla cui base si trova un meccanismo ricattatorio e colpevolizzante: “la gente muore perché tu non metti la mascherina”. Derogare ai capricci normativi della dittatura sanitaria è non solo un reato, ma prima di tutto un peccato.

Lo Stato terapeutico e igienista è il vettore dell’asepsi della vita sociale, l’ambizione a eliminare ogni rischio, ogni malattia, ogni contaminazione e, in definitiva, la morte. Le facce intabarrate nel tessuto sono una negazione delle relazioni umane, il volto dell’altro diventa irriconoscibile e la comunicazione perde la sua immediatezza.

Le norme anti-Covid sono la perfetta prosecuzione (e il completamento) del rapporto ossessivo che la nostra società intrattiene col corpo e che si esprime mediante diete fanatiche, chirurgia estetica, allenamento sportivo e fissazioni su difetti fisici immaginari.

L’egoismo che innerva ogni forma di salutismo è esploso. Si preferisce sacrificare la vita relazionale a vantaggio della propria vita biologicaSeppellirsi in casa è diventato più desiderabile di una vita all’aria aperta. L’isteria che circonda il virus è sintomo di un forte e malsano timore della realtà, che si esprime nella volontà, come già detto, di schedare, tracciare e sanificare.

L’igienismo è anch’esso un’espressione del progressismo: il sogno di un mondo senza conflitti, persino senza quelli tra i batteri e il nostro sistema immunitario. Un mondo dove non esistono ombre, in cui è possibile ricostruire ogni movimento. Le élites transnazionali che detengono le leve del potere politico, economico e mediatico hanno paura dei popoli, soprattutto dopo l’ascesa di Trump e dei populismi, e il miglior modo per rendere qualcosa meno spaventoso è dominarlo. Hanno inculcato al popolo il terrore del virus cinese, sobillando la paura a derogare alle norme, minacciando ecatombi, diffondendo immagini di malati e così via. Il Coronavirus è uno specchietto per allodole.

La crisi sanitaria farlocca è un’accelerazione verso un futuro di individui dall’espressività facciale mutilata dalla mascherina, chiusi in casa, soli, gonfi di ansie, ripiegati sulle proprie paure, con scarse occasioni mondane, ridotte possibilità di incontrare l’altro sesso le cui uniche relazioni avvengono per procura, tramite dispositivi digitali.

Il progresso avanza ed è lo zero assoluto di una vita sociale e pienamente umana.

SEPPELLITI IN CASA – L’IGIENISMO, IL PROGRESSISMO E LA DITTATURA SANITARIA (di Davide Cavaliere)

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-igenismo-il-progressismo-e-la-dittatura-sanitaria

Narco-individualisti

Fonte: Luca De Netto

Ci hanno isolato gli uni dagli altri. Ci hanno messo gli uni contro gli altri. Hanno fatto in modo che la rabbia si riversasse contro fantomatici irresponsabili. Hanno speso soldi pubblici (cioè nostri) per droni, pattuglie, elicotteri per dare la caccia al cittadino. Hanno lasciato gli anziani abbandonati e isolati. Ora dicono che i nonni non dovranno più rivedere i nipoti. Metteranno plexiglas tra marito e moglie quando usciranno a cena. Basterà una voce di popolo per distruggere l’attività di un parrucchiere, un ristoratore, un esercente e mandare sul lastrico le famiglie. E tutto ciò per colpa nostra. Per la nostra paura irrazionale. Perchè non ci siamo resi conto fin dall’inizio che un virus che gira soprattutto negli ospedali perché il personale è stato abbandonato e gettato allo sbaraglio dalle scelte politiche, non poteva essere gestito con l’isolamento sociale, con la psicosi, con il panico. Un anziano vorrebbe trascorrere quello che gli resta da vivere in compagnia di figli e nipoti, non da solo senza nessuno. Un ammalato cronico vorrebbe vedere il sorriso degli altri, sentire l’affetto. Non rimanere in un bunker freddo bombardato dalle notizie della televisione. Una qualsiasi persona normale vuole vivere a contatto con gli altri, avere relazioni, incontrarsi. Una qualsiasi persona normale vuole vivere, non essere rinchiusa in una gabbia di plastica. L’uomo è essenzialmente un essere sociale. Uccidere la sua socialità, isolarlo, è uccidere l’uomo. È l’idea malvagia di scienziati pazzi. Un virus è un aggregato biologico. Non è un essere vivente. L’uomo è la creatura più complicata ed affascinante dell’universo. E non vive di solo pane. Anche perché inizia a mancare anche quello…

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ci-hanno-isolato-gli-uni-dagli-altri-ci-hanno-messo-gli-uni-contro-gli-altri

Comunità

Ferdinand Tönnies (1855 – 1936) sociologo tedesco e fondatore della Società tedesca di sociologia, elabora una delle più importanti distinzioni atte a catalogare il tipo di relazione presente in una società umana: la differenza tra Gemeinschaft e Geselleschaft. La Gemeinschaft (Comunità), tipica della società primitiva, è una totalità organica, costituita su alcuni cardini fondamentali, quali i vincoli di sangue (famiglia e parentela), di luogo (vicinato) e di spirito (amicizia). L’insieme di questi rapporti è costituito da intimità, riconoscenza, condivisione di linguaggi, significati, abitudini, spazi, ricordi ed esperienze comuni, mentre le diseguaglianze hanno spazio solo entro certi limiti, oltrepassati i quali i rapporti divengono rari e insignificanti, fuoriuscendo da “comunanza” e “condivisione”. Essa è dunque un “tutto” la cui portata eccede quella delle sue parti, e nel quale la reciproca assistenza e la solidarietà si sviluppano a partire dal bene comune.La Geselleschaft (Società), invece, tipica della società industriale moderna, è “una costruzione artificiale, un aggregato di essere umani che solo superficialmente assomiglia a una comunità, dove gli individui restano essenzialmente separati, nonostante i fattori che li uniscono” (Tönnies F., Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887). Nella società, gli individui vivono per conto loro percependo come minaccia ogni tentativo di entrare nella propria sfera privata. I rapporti sono improntati sul modello scambio di mercato e non mettono in relazione tra loro gli individui come “totalità”, ma soltanto per le loro “prestazioni”. C’è da dire che tra i due modelli non esiste una netta separazione, e dunque in una delle due è presente a vario grado anche l’altra.

La comunità: una necessità naturale

Il sociologo francese Michel Maffesoli

Il bisogno di fare ed “essere comunità”, viene quindi da lontano, ed è connaturato alla vita stessa dell’uomo sul pianeta e alla necessità di legarsi e creare legami di varia natura su uno specifico territorio. Del resto anche nelle avanzate e “atomizzate” metropoli occidentali, emergono sempre maggiormente tipi di comunità legate a particolari visioni del mondo, gusti artistici e musicali, e finanche allo stile di vita o a un luogo di aggregazione sociale. Tra queste le tribù postmoderne come sapientemente definite dal sociologo francese Michel Maffesoli. Per Maffesoli, l’età del puro individualismo viene superata dalla rinascita “dionisiaca” del bisogno di solidarietà, prossimità e appartenenza che è di tipo comunitario, sensibile ed emozionale. Dunque, scorporando il fondamento arcaico alla Gemeinschaft di Tönnies, è possibile che si configurino anche queste nuove forme di comunità, le quali non leghino esclusivamente le persone sulla base della origine comune e che impongano essa come possibile soluzione alle storture della globalizzazione.

https://sociologicamente.it/la-gemeinschaft-come-soluzione-alle-storture-della-globalizzazione/3-13/

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Il carattere americano

Il sociologo David Riesman (The Lonely Crowd del 1950; La folla solitaria) evidenziò un tratto rilevante della personalità americana, coniando un termine di successo: Other orientedness, etero orientamento. Gli Americani cioè hanno la tendenza ad assumere i ruoli che pensano gli altri si debbano aspettare da loro. È vero. In altre parole essi sono sempre “in posa”, sempre intenti a comunicare una certa voluta impressione di loro stessi. Così non sono mai spontanei, e anche sono formalisti, conformisti e moralisti. Il concetto di other orientedness non va confuso con l’estroversione. Gli Americani non sono affatto estroversi; al contrario sono tetri, proprio come i Puritani storici. Sembrano gioviali perché ridono spesso, ma il loro è – come definiscono – giusto un commercial smile (sorriso commerciale). Non sono gioviali. Del resto, l’other orientedness rende gli Americani degli attori naturali eccezionali: ecco perché Hollywood è negli USA.
Dal punto di vista intellettuale c’è da dire che gli Americani hanno una intelligenza ben oltre di quanto non venga loro generalmente riconosciuto. Ciò è perché non viene capita la logica nella quale si muovono. Però è una intelligenza di tipo superficiale, che rifugge alle analisi approfondite della realtà, il che spiega la singolare assenza nella storia americana di grandi filosofi, romanzieri, artisti, pensatori in genere. Inoltre gli Americani sono eccezionalmente astuti.”

Da Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, di John Kleeves, pp. 21-22.

leggi tutto su https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/04/13/il-carattere-americano/

Il rancore come condizione esistenziale permanente

La destrutturazione del welfare e la devoluzione alla UE della sovranità economica e monetaria degli stati, attuate mediante un processo riformatore tuttora in progressiva avanzata, hanno determinato l’abolizione di tutti i meccanismi di redistribuzione del reddito creati dagli stati onde preservare degli equilibri sociali consolidati. In realtà, il declassamento dei ceti medi non è dovuto tanto alla fine delle politiche di redistribuzione del reddito (politiche abrogate dalla UE al fine di contenere la spesa pubblica, il deficit, ridurre il debito), ma al progressivo decremento del potere di acquisto delle retribuzioni. Alla classe lavoratrice non sono stati distribuiti negli ultimi 20 anni gli incrementi di produttività e di reddito scaturiti dalla innovazione tecnologica nella produzione, che sono invece stati assorbiti dai profitti e dalle rendite finanziarie.
Il capitalismo non è inclusivo, ma elitario, non genera progresso né emancipazione sociale. La classe lavoratrice non ricava alcun beneficio da questa ripresa: ecco la causa del rancore diffuso nel popolo italiano. Il rancore è il prodotto dell’individualismo strutturale prodotto dalla società neoliberista. Il rancore non determina rabbia sociale, ma è solo conseguenza dell’interiorizzazione di un disagio individuale, una sorta di permanente astio interiore scaturito dal senso di impotenza che pervade una società frantumata dall’atomismo sociale. Esso non conduce alla organizzazione politica del dissenso sociale, ma esprime uno stato esistenziale depressivo, un senso di individuale incapacità a realizzare un cambiamento della propria condizione umana e sociale.
Il rancore è un fenomeno degenerativo del dissenso, spesso generatore di guerre fra poveri tra loro in lotta per la sopravvivenza. Conduce a forme di aggregazione politica con falsi obiettivi, quali gli immigrati: trattasi di forme di dissenso del tutto funzionali al sistema. Il rancore alimenta la conflittualità tra individui disagiati, è un fenomeno connaturato all’ordine oligarchico del capitalismo.
Senso di impotenza e rancore sono stati esistenziali tipici di un individuo smarrito, di una collettiva solitudine di massa, di una condizione di una umanità priva di valori comuni di riferimento. Il fondamento di ogni comunità si individua nei valori etico – morali di riferimento, in cui l’individuo perviene al proprio riconoscimento, sia individuale che sociale. E’ questa assenza di valori che genera la mancanza di riconoscimento.
La società di mercato riconosce solo il valore economico del lavoro – merce e quindi l’esclusione dal mercato determina l’emarginazione, l’isolamento dell’individuo – massa. Essere fuori mercato significa inoltre essere escluso anche dai diritti politici: le masse escluse dal mercato del lavoro non sono portatrici di interessi economici degni di rappresentanza politica. Gli esclusi dal mercato sono quindi politicamente ininfluenti.
Il rancore dominante, non può condurre di per sé forme di aggregazione politica alternative al capitalismo, ma comunque determina un distacco dal sistema di un dissenso non più governabile: dal rancore nasce il rifiuto di questo sistema, rifiuto irreversibile potenzialmente produttivo di nuovi orizzonti di dissenso sistemico.

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59838

Sociologia urbana

Incredibile. Gli abbiamo soppresso le frontiere, gli abbiamo soppresso la moneta, abbiamo distrutto la loro cultura…e ancora non se ne vanno? Possiamo  passare  alla fase seguente!

Infatti, la “metropoli mondializzata popolata di radical chic [bobos, bourgeois-bohémiens] progressisti,  che si crogiolano nel liberalismo economico, la società aperta, i comportamenti consumisti libertari”  fa vivere le minoranze etnicizzate delle banlieues nella luce dei suoi consumi  di lusso, del suo benessere, del suo superfluo, della sua “creatività senza pregiudizi” e senza tabù.

Le banlieues, dove si concentra il flusso migratorio internazionale, “permettono più facilmente l’ascesa sociale per il fatto della prossimità alle metropoli”. I nuovi immigrati vi si concentrano perché godono degli affitti “sociali” delle grandi metropoli, mentre “le classi popolari sono intrappolate lontano  dalle zone che creano  posti di lavoro”. Nelle cittadine sotto i 10 mila abitanti vivono il 56 per cento degli operai francesi di nascita, e solo il 14 % dei nuovi immigrati etnici.  Né possono   stabilirsi  vicini alle metropoli perché, per loro che non godono di “affitti sociali”,  gli affitti sono proibitivi.  Andare ogni giorno al lavoro a 20 chilometri costa 250 euro al mese, un quarto del salario minimo garantito.

Si arriva al punto che, “ mentre i bisogni di prestazioni ed affitti sociali non sono mai stati così forti, i francesi, specie i più modesti,  vogliono restringere il campo dello stato  provvidenza,  sospettato di aiutare prioritariamente gli immigrati. Lo Stato provvidenza viene criticato da quelli che ne avrebbero più bisogno”.

I francesi bianchi, o  quelli di antica immigrazione  dall’Europa, sono confinati in piccoli centri dove le industrie sono morte. E sono “invisibili” a quelli “di sopra”, ossia i radicalchic   delle metropoli globalizzate, i gaudenti del Sistema e i loro  gestori.

Tanto più che “il controllo  della  produzione  dell’immagine”  da parte dei metropolitani chic “permette di imporre la rappresentazione di una società placata, integrata,  anche agiata, rendendo invisibile la maggioranza delle classi popolari…Le classi superiori ne hanno persino dimenticato l’esistenza, di questa classe  popolare e maggioritaria” . Anche  perché “questa società dell’apertura al mondo” e cosmopolita “è in realtà un piccolo mondo chiuso”.

Ciò significa che “il mondo di sopra non si fa più carico delle aspirazioni del mondo in basso: è una rottura storica. Le ineguaglianze non fanno che aggravarsi”, ma “il mondo politico e intellettuale non è più in collegamento con le classi popolari”, benché potenzialmente maggioritarie.

E  poiché “la classe dominante ha fatto aderire al suo modello economico e territoriale l’insieme della classe mediatica e intellettuale – il mondo in basso non riconosce più alcuna legittimità ai mediatori politici, sindacali, o usciti dal mondo intellettuale”.

I due mondi sono separati come non  mai. E in questa frattura storica, “il mondo di sopra è sempre più in una posizione di dominio di classe, in rottura con quello in basso”. E’ la nuova borghesia che si  nasconde sotto la maschera della virtù moralistica: “accoglienza” degli immigrati (tanto  mica li ospitano nei loro attici), “apertura”, “larghezza di vedute” (non vi ricorda la Boldrini?)  contro quella Francia periferica che ha votato a Nord il FN perché disoccupata, e al Sud perché invasa dai musulmani minacciosi e non integrati, con cui condividono i falansteri  e litigano sui pianerottoli.

estratto da http://www.maurizioblondet.it/sistema-produce-suo-popolo/

La presa del potere

Un giovane filosofo e geopolitico, Parag Khanna, ha scritto un saggio intitolato, parafrasando Tocqueville, La tecnocrazia in America, nel quale, superando lo stesso Zuckerberg, conclude che in America “c’è troppa democrazia” (???). Ciò di cui c’è bisogno è “più tecnocrazia”. Khanna ha una convinzione precisa, quella che “un governo tecnocratico è costruito attorno alle analisi di esperti e sulla pianificazione di lungo periodo, piuttosto che sulla chiusura mentale e la visione di breve periodo dei capricci populisti”. Al di là del tocco finale contro i populisti, ossia contro i sostenitori della sovranità popolare, ciò che sgomenta è il tono chiliastico, millenarista del nuovo potere tecnoscientifico, nonché il disprezzo assoluto per il popolo. Decidono “gli esperti”, poiché essi “sanno”, conoscono le procedure, antivedono gli esiti, conoscono i risvolti di tutto. A noi spetta unicamente l’obbedienza, la bovina acquiescenza al verbo.

Roberto Pecchioli in http://www.maurizioblondet.it/la-repubblica-delle-procedure/

Empatia

In “La conversazione necessaria- La forza del dialogo nell’era digitale (Einaudi 2016) ” Sherry Turkle, a suon di ricerche qualitative e interviste vis a vis, racconta di come uno dei caratteri fondamentali dell’uomo, l’empatia, si stia estinguendo a causa del deficit d’attenzione dovuto all’iperconnessione, all’eccesso informativo, all’impossibilità di sentirsi qui e ora, ma sempre altrove. «Negli ultimi 20 anni, tra gli studenti universitari, si è rilevato un calo del 40% negli indicatori dell’empatia – un decremento avvenuto per la maggior parte nell’ultimo decennio. Si tratta di una tendenza che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali». Come si possono capire le sfumature di uno sguardo, di un gesto, se non riusciamo a concentrarci su chi ci sta di fronte, se siamo in continua attesa di uno stimolo esterno, di una notifica dello smartphone? Come possiamo comprendere il prossimo se siamo sommersi dal rumore del comunicare? Come costruire la nostra identità se non conosciamo pause, se non abbiamo il tempo per elaborare e maturare?

Giulio Sangiorgio in Film TV #29 del 18-7-2017

A quanto evidenziato sopra, noi che seguiamo da sempre i libri della sociologa americana, non possiamo non rilevare come la stessa funzione sia stata inserita fin dal 1975 nei film trasmessi in TV,  in cui la pubblicità non serve per vendere improbabili (e inutili) oggetti, ma semplicemente per impedirti di riflettere sul carattere dei personaggi e su te stesso.

Per cui la frittura dei cervelli dei giovani data da molto prima dell’epoca digitale e, purtroppo, le generazioni che ne sono esenti sono in estinzione.

NOTA: Più o meno negli stessi anni si sono moltiplicati i film di azione, dove un montaggio veloce ha espletato la stessa funzione della pubblicità anche nelle sale cinematografiche (e non entriamo qui nella logica dei videogiochi e dei loro stretti rapporti col cinema).