Conformismo

“Nella primavera del 1970 Poli, con l’ausilio del regista Vito Molinari (con cui aveva lavorato alle operette televisive dei primi anni Sessanta) e complice Ida Omboni, negli studi di Torino registra Babau, un’indagine in quattro puntate sulle caratteristiche negative dell’italiano medio (mammismo, conformismo, arrivismo, intellettualismo) e summa del repertorio teatrale della sua attività precedente. Ma in autunno arriva da Roma il diktat di bloccare la messa in onda perché “giudicato inopportuno e spregiudicato”. Per sei lunghi anni il programma viene congelato per essere trasmesso nella Rai riformata nell’agosto 1976, perso nel palinsesto estivo. A monito del ritardo nella messa in onda, il titolo diventa Babau ’70 . Lo show è un insieme di memorabili performance d’autore: nella prima puntata, sul tema del mammismo, Poli recita la “modesta proposta” di Jonathan Swift di arrostire i bambini in esubero nella Londra della rivoluzione industriale, nonché la celebre interpretazione “en travesti” della madre de La Nemica di Dario Niccodemi, che Poli aveva rappresentato in teatro due anni prima. Nella terza, dedicata all’arrivismo, e definita successivamente dal critico della Stampa Ugo Buzzolan, in occasione della messa in onda, “un documento di quello che per anni non si è potuto fare o dire in televisione”, figurano, tra l’altro, un’intervista con la giornalista Camilla Cederna (in quei mesi da molti malvista per i suoi scritti indagatori sull’oscura morte dell’anarchico Pinelli, collegata ai fatti della strage di Piazza Fontana) che se la prende con ecologisti e armatori, Laura Betti che canta due canzoni anticonformiste del suo repertorio, Adriana Asti recita il personaggio della prostituta d’alto bordo da “Gli uomini preferiscono le bionde”, e un finale antimilitarista. Tutto allacciato da un diavolo-Poli, che pronuncia ora frasi blasfeme (“Io credo al buon Dio…per forza, se Dio non ci fosse, non ci sarei neanch’io”) ora moralistiche (“Sovente dietro il successo ci sono io”). Babau ’70, col tempo, è diventato uno dei capitoli più emblematici della storia della censura televisiva, che però non frenò assolutamente l’attività televisiva dell’attore, che iniziò, anzi, a fare incursioni come fine dicitore nei programmi culturali di Sapere. ”

Testo di Enrico Salvatori, dalla presentazione di “Babau 2000: omaggio a Paolo Poli”

Tesi di laurea

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Ogni tanto mi capita che qualcuno mi chieda una consulenza per la sua tesi di laurea (quella triennale), ma, ovviamente, non ha nessuna intenzione di modificare l’impostazione del suo diligente lavoro di copia e incolla.

Altrettanto ovviamente libri utili come questo diventano inutili visto che, comunque, in sede di laurea il candidato rimedia almeno 100; quindi adesso il libro in questione non si trova.

Giusto per darvene un’idea ne ho copiato la pag.148,  che riporta gli errori più comuni (scaricabile in PDF); ma sarebbe già buona che il candidato sapesse scrivere in un italiano grammaticalmente e sintatticamente corretto.

Vuoti a rendere

Il titolo e lo spezzone sono tratti da un film cecoslovacco del 2007 (programmato stamattina alle 6.30 su RAI movie),  ma valgono ormai in tutto l’occidente, come dimostra questa dichiarazione di una insegnante francese:

« Mes élèves de 6e ignorent en général ce que signifie multiplier ou soustraire », par Mary, 60 ans, enseignante en SVT depuis 1978, Charentes-Maritime

«Lors de la première enquête PISA, il y a environ dix ans, on s’était dit, avec les collègues, que c’était exagéré, que cela ne correspondait pas à ce qu’on faisait. C’était une enquête anglo-saxonne, nous étions l’exception. Et puis j’ai regardé ce qui était demandé et j’ai vu que les questions étaient pertinentes. C’est une enquête qui nous interpelle. Ce qu’elle dit se vérifie au quotidien. J’ai bien sûr constaté une diminution des compétences de mes élèves.Par exemple, je suis très frappée de constater que mes 6e ne savent pas le sens des mots « horizontal » ou « vertical ». Ce n’est qu’un exemple mais ils manquent de vocabulaire et en général ignorent ce que signifie multiplier, soustraire. Et je ne parle pas de diviser… Ils sont très anxieux de savoir ce que « je veux » pour réponse. J’ai beaucoup de mal à les habituer à écrire leur idée afin qu’on en discute ensuite. Ils veulent tout apprendre par cœur et s’ils n’y arrivent pas (qui y arriverait ?) ils capitulent et basculent dans le « à quoi ça va me servir plus tard ? ». En effet, l’école ne s’occupe plus d’introduire du rêve et de la passion dans la tête des élèves. »

Liberamente sintetizzato: Mary, 60 anni insegna scienze dal 1978, al tempo della prima inchiesta PISA (l’equivalente dei nostri test INVALSI) pensava che la cosa non riguardasse la Francia poi si è accorta che le domande erano pertinenti e, il test ha confermato la sua esperienza quotidiana: i suoi allievi di prima superiore non sanno il significato di parole come orizzontale o verticale, né sanno moltiplicare o sottrarre senza calcolatrice, per non parlare della divisione… sembrano solo ansiosi di capire “quello che voglio” come risposta. Ho fatto molta fatica ad abituarli a scrivere le loro idee per poi discuterle: vogliono imparare tutto “per empatia” e, se non ci riescono (e chi ci riuscirebbe?) rinunciano e ricadono nel “a cosa mi servirà?”. In effetti la scuola non si occupa più di introdurre del sogno e della passione nella testa degli allievi.

Sembra infatti che il compito della scuola sia quello di renderli vuoti, se possibile ancora più vuoti di quando sono entrati; come è potuto accadere?

Nel “Manifesto di Ventotene per una Europa libera e unita” (1941) ,  Altiero Spinelli scriveva :
“I giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi…

Con la Gelmini si è esteso l’obbligo scolastico fino ai 18 anni di età, ma, di fatto, si è eliminato ogni tipo di selezione e/o differenziazione nel percorso: in un gruppo che deve forzatamente marciare compatto l’andatura la fa il più lento; gli altri si adeguano ma non imparano nulla.

Gli “aiuti”, come suggeriva lo stesso Spinelli, andrebbero dati dopo:

…La solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica, non dovrà, per ciò, manifestarsi con le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori”.

Obbligo scolastico

Fa discutere in questi giorni il caso della professoressa aggredita verbalmente in classe dai genitori di un alunno (http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/tuteli-la-dignita-della-scuola-e-l-aggressione-dei-genitori-alla-prof-diventa-un-caso.flc)

Purtroppo l’estensione dell’obbligo scolastico (sancito dall’art.34 della Costituzione, e prolungato a 12 anni dalla Moratti con la legge 53/03) ha aggravato una situazione già precaria; pochi ricordano che, prima di questa legge, ai genitori era consentito assolvere personalmente all’obbligo (anche se, di fatto, quasi nessuno utilizzava questa possibilità).

Ma il problema è nato da un effetto collaterale della legge, la mancanza di selezione: se la ripetizione di un anno (ma non più di due volte ciascuno) era il modo in cui la “vecchia” scuola mandava avanti quelli che raggiungevano un certo livello di profitto (e sulle modalità di accertamento si può anche discutere), questo sistema è, di fatto, venuto a cadere.

Si è insomma accettato che, qualsiasi cosa faccia o non faccia un alunno, fino ai 14 anni “va avanti”,  poi  si può indifferentemente iscrivere sia al sistema di istruzione (licei) che alla formazione professionale regionale.

Ma anche ai licei (la cui sopravvivenza è legata al numero di studenti che si iscrivono) la tendenza è attirare gli alunni con un’ampia offerta “formativa” e cercare di tenerseli.

Ecco la vera ragione della conflittualità: il docente , se vuole conservare il posto, deve rinunciare ad ogni pretesa; l’alunno sa di avere la totale impunità; i genitori (stante il valore legale del titolo di studio), vogliono solo quella certificazione.

La soluzione l’aveva già indicata Luigi Einaudi, all’indomani della costituzione della Repubblica: la abolizione del valore legale del titolo di studio: da bravo liberista sarà il mercato a decidere quali competenze ha ciascuno (il che poi già avviene col precariato e i bassi stipendi di ingresso).

Cineforum e scuola

Tentando di ricostruire la storia del cineforum, ne ho trovato le applicazioni didattiche fin dal 1949:

L’Associazione Ex Alunni dell’Istituto Sociale dei Padri Gesuiti, nata nel 1948, ha fin dalle sue origini  svolto un’attività di collaborazione con i Padri nell’ambito del Cineforum.

Il Cineforum Istituto Sociale  nacque, infatti, come supporto alle attività didattiche dell’Istituto per gli alunni del ginnasio e del liceo, il   9 novembre 1949 ,  ma già dal 1950, accanto alla proiezione dedicata agli alunni,  venne  organizzata una proiezione per universitari, in gran parte Ex Alunni, la cui gestione fu affidata ai Congregati Mariani Universitari ed all’Associazione Ex Alunni   con l’assistenza del Padre  Farusi  S.J.  (Assistente dell’Associazione, poi trasferitosi a Roma, dove per oltre 20 anni  è stato direttore della Radio Vaticana) e del Padre Giuliano Gasca Queirazza S.J., poi subentrato al Padre Farusi nell’incarico di assistente dell’Associazione Ex Alunni.

– See more at: http://istitutosociale.it/sociale-per-tutti/cineforum/storia-del-cineforum/#sthash.k7fCf1NR.dpuf

proiettore 16mm

Naturalmente l’attività richiedeva la disponibilità di un proiettore a 16mm e il noleggio di una pellicola presso le case di distribuzione specializzate; oggi è possibile anche proiettare nelle piazze col 35mm, ma ormai nei cinema si lavora esclusivamente in digitale.
La curiosità per la ricerca mi è nata quando, rovistando tra vecchie carte, ho trovato il programma di un cineforum scolastico, organizzato all’interno della assemblea generale alunni (altro parallelo con Torino) del Liceo scientifico a Bondeno.
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Le proiezioni si svolgevano presso il cinema locale, all’ingresso veniva distribuita una recensione a cura della commissione cinema dell’istituto (composta da alunni e insegnanti) e il dibattito avveniva in classe (almeno nelle intenzioni).

Oggi l’attività è rientrata a pieno titolo nei programmi scolastici, addirittura come libro di testo, utilizzando la possibilità offerta dalla LIM nelle aule definite 2.0

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Ricordi di scuola

La chiesa del Gesù si trova di fronte allo slargo di Piazzetta Torquato Tasso, a Ferrara. Realizzata alla fine del Cinquecento, la chiesa era destinata ad accogliere i Padri Gesuiti. L’edificio fu progettato da Giovanni Tristani e i lavori furono diretti da Alberto Schiatti.
La facciata, semplice e austera, è divisa in due parti; la parte inferiore presenta quattro nicchie oltre a tre portali con decorazioni marmoree. L’interno si presentava in origine a nave unica, con sei cappelle ai lati, ma è stato più volte trasformato e distrutto, e quindi le pareti sono prive di decorazioni pittoriche. Notevoli sono il gruppo di statue di terracotta del Compianto sul Cristo Morto, opera di Guido Mazzoni, e l’urna monumentale di Barbara d’Austria, moglie di Alfonso I, che si trova dietro l’altare.
A destra della Chiesa, l’ex monastero dei Gesuiti è stato recentemente trasformato in tribunale, ma ,negli anni ’60, era la sede del Liceo classico “Ariosto” sorto nel 1860 con l’Unità d’Italia.
Apriamo qui una parentesi per ricordare ai “non addetti ai lavori” le due leggi fondamentali che hanno regolato la istruzione secondaria superiore: la legge Casati del 1859 e la riforma Gentile del 1923.
La prima sancisce la superiorità del modello culturale umanistico-filosofico a scapito di quello tecnico-scientifico : la cultura classica e letteraria veniva considerata la cultura della piena cittadinanza, assoluta ed autosufficiente, e veniva separata dal sapere tecnico-pratico il quale, inglobando anche la cultura scientifica, peraltro incredibilmente ridotta alle sue specificità applicative, assumeva una valenza subordinata e strumentale. Esemplarmente l’articolo 286 recitava: che “Queste scuole [tecniche] e questi istituti [tecnici] dovranno mantenersi separati dai ginnasi e dai licei. In ogni caso la direzione immediata degli stabilimenti tecnici istituiti da questa legge non potrà mai essere affidata alla stessa persona cui è affidata quella de’ precisati istituti di istruzione secondaria” (1).
Non dissimile nella impostazione la riforma Gentile, dopo i 5 anni di istruzione elementare obbligatoria si sdoppiava in Ginnasio inferiore (triennale) e complementare; solo il ginnasio dava accesso alla scuola superiore e ogni passaggio era segnato da un esame.
Nel dopoguerra il ginnasio inferiore diventa scuola media e la complementare prende il nome di “avviamento” (al lavoro); nel 1962 viene introdotta la scuola media unica.
Altre differenze tra i licei (erano solo due: classico e scientifico) era che noi facevamo greco per 5 anni, loro una lingua straniera; loro facevano disegno e noi solo storia dell’arte al triennio e, per mia fortuna, niente scritto di matematica.

Per tornare a noi, nel 1961 mi iscrivevo al liceo classico, il che significa che mi ero fatto l’esame di ammissione alle medie; quello finale delle medie e me ne sarebbe toccato un altro alla fine del Ginnasio (per “quelli dello scientifico”, no 😉
Tra i ricordi “spiccioli” (lo dice anche Guccini) fino ad allora si erano portati sempre i calzoni corti e da quel primo ottobre tutti i miei compagni avevano calzoni lunghi; ricordo ancora il nome dell’unico che si presentò (solo quel giorno) coi calzoni corti.
Ovviamente vigeva una rigida gerarchia: l’atrio interno poteva essere occupato solo dai liceali, noi ginnasiali sempre fuori con ogni tempo, tranne le donne che entravano direttamente nelle rispettive aule senza attesa e là indossavano il grembiule nero d’ordinanza.
Noi eravamo la classe del boom demografico del dopoguerra e del boom economico dei sessanta, per cui, quell’anno, erano ben 4 le prime classi, mediamente di 30 iscritti, in maggioranza donne.
Ovviamente la mia era la sezione D, quella di chi veniva dal “contado” e, ovviamente tutti maschi (32 per l’esattezza).
L’anno dopo ci saremmo ritrovati in 16…

(continua)