Vetrina Italia

Chi ha voluto questa etichetta di Patrimonio dell’Umanità?

Ma i produttori di Barolo, che domande!, quelli che se ne fottono beatamente della cultura, della storia, della letteratura e dei buonismi vari che dovrebbero restituire un’immagine del premiato paesaggio vitivinicolo Langhe-Roero e Monferrato, variegata alla granella di nocciola, accompagnata da vino chinato e dalla lettura di storie di ordinaria imperialità romana e di Resistenza contro i krukki.

Altro che krukki, qui si tratta di Kulaki straricchi che cedono porzioni sempre più vaste del territorio ai miliardari Russi, Cinesi, Angloamericani, Sauditi che sono in grado di acquistare, senza problemi di liquidità, un ettaro di vigna a Barolo spendendo fino a 2 milioni di euro e oltre, facendo elevare i prezzi del vino a dismisura, tanto che a New York, nella brillante Manhattan di Woody Allen, una bottiglia gustata dai luculliani neosuperagiati, può costare fino a 800 dollari! (un’inezia rispetto a un Richbourg  imbottigliato da Henri Jayer nella Côte-d’Or della Borgogna francese che si aggira sui 14000 euro la bottiglia… ma si punta a quelle vette).

E che dire del ritorno in occupazione?

Caporalato in mano ai mercanti di schiavi e permessi di soggiorno lavorativi dell’Est Europa!
Tra le vigne, in questi ultimi giorni di vendemmia, senti parlare in tutte le lingue degli sfruttati, tranne che in italiano.
Mi dice un coltivatore di dolcetto: “Finirà che i padroni saranno loro, (si riferisce a slavi, bulgari, albanesi) che il dolcetto sparirà dai vini venduti all’estero, tutto per i soldi, tutto per l’avidità. I nostri figli non vogliono fare i vignaioli, non vogliono saperne di spezzarsi la schiena, sono trentanni che abbiamo deciso un po’ tutti che conveniva vendere agli stranieri (si riferisce ai paperoni) piuttosto che continuare le tradizioni di famiglia.”

Ma per vendere bene agli stranieri, occorreva entrare nella lista dei paesi baciati dalla Dea Unesco.

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